lunedì 29 ottobre 2007

Proverbio n. 147

Insónni e scuràzz i vànz'n a lèt.
I sogni non si avverano.

Proverbio n. 146

Inaré cómme un sumàr.
Eccitato sessualmente.

Proverbio n. 145

Immardères pr'un baióch.
Rovinarsi la reputazione per nulla.

lunedì 22 ottobre 2007

INT LA BÀSA (n. 96)

Un òmen in biziclàtta al vàdd int un càmp drì à la strè una bèla cuntadnóta col cùl pr'ària ch'la cóii el barbabiétol. Sànza pensèri un minùd, al smànta da la biziclàtta, ai tìra só la stanèla e… "zac!".
La cuntadnóta l'as lìva só ed scàt e l'ai dìs:

"Mó ló, c'sa fèl?"
"Chi mé? A fàgh al manvèl da muradàur!"

Proverbio n. 144

I finénn i marón a Làzer (ch'ai n'avèva 366 panìr).
Tutto finisce, prima o poi.

Proverbio n. 143

Gàt ai póndgh e càn ai strónz.
Ad ognuno il suo.

Proverbio n. 142

Furtón-na sèlt'm adós che inzàggn at l'inchègh.
Val più la fortuna che l'intelligenza.

ANCORA A PROPOSITO DI GRAFIA!

Nel 1385 Francesco Sacchetti scriveva in una delle sue "Trecentonovelle":
"Come questo giovane acquistò puramente, e con grande simplicità, le lire cinquanta, così con grande astuzia il piacevol uomo Basso della Penna in questa novella vinse a un nuovo giuoco più di lire cinquanta di bolognini".
Quasi 100 anni dopo (1478) leggiamo nel "Diario" del Nadi, in occasione del matrimonio tra Lucrezia d'Este ed Annibale Bentivoglio, che si fecero:
"chanti et soni in susio li chantoni de le vie" e il corteo era accompagnato "da cento trombita et cinquanta pifari et trumbuni et chorni et flauti et tamburini et zamamelli".
A noi profani salta agli occhi la notevole differenza di grafia e di intelligibilità (a secoli di distanza) tra le due prose, sopra tutto se pensiamo che il Sacchetti scriveva un secolo prima del Nadi!
Potremmo pensare che a Firenze si scrivesse meglio che a Bologna.
Potremmo pensare che in un secolo la lingua italiana sia… regredita.
Potremmo pensare che il Sacchetti fosse un intellettuale e il Nadi no, mentre sappiamo che erano entrambi borghesi con una certa cultura, anche se non certo paragonabili a Dante o Petrarca!
Perché dunque oggi queste due grafie ci sembrano così diverse, tanto che quella del Sacchetti non sembra d'un secolo prima, ma di due secoli dopo?
I motivi potrebbero essere diversi:

- una certa differenza di conoscenza della lingua tra i due scrittori
- una diversa influenza dei dialetti locali sulla lingua italiana scritta
- un voler scrivere (da parte del primo) nel nuovo volgare italiano, mentre il secondo sembra abbia voluto ricalcare il basso latino medievale

Qualche studioso ce lo potrebbe spiegare, magari anche facilmente, ma resta il fatto che noi profani rimaniamo stupiti da tanta differenza. E ci riesce difficile pensare che a quei tempi il "volgare illustre" parlato a Firenze fosse tanto diverso da quello di Bologna. A maggior ragione ritengo che nei dialetti, proprio in quanto solo parlati, la grafia fosse ancora più approssimativa. Certo che il dialetto parlato a Bologna era molto più diverso dal volgare italiano di quanto non lo fosse quello parlato a Firenze (è così ancora oggi!), ma restano dubbi. Non mi stancherò mai di dire che le differenti grafie ci traggono molto probabilmente in inganno nel nostro tentativo di ricostruire la fonetica, della quale, per ovvi motivi, non abbiamo documenti.
Dato che, come è noto, "scripta manent", mentre "verba volant" (soprattutto perché non erano ancora state inventate apparecchiature adatte a registrarle!), siamo indotti a pensare che nei tempi passati la gente parlasse come scriveva, ma i due esempi qui riportati ci fanno supporre che non fosse affatto così.
Il popolo era ignorante ed analfabeta e perciò parlava unicamente dialetto, un dialetto che variava non solo da città a città, ma da paese a paese e da rione a rione e questo è un fatto. Gli intellettuali tra il tre e quattrocento stavano invece abbandonando il basso latino in favore della nuova lingua di Dante, ma è lecito pensare non tutti fossero dello stesso livello culturale, che i loro dialetti influenzassero più o meno la lingua e che perciò ci abbiano tramandato opere e documenti con notevoli differenze di grafia, mentre nella lingua parlata tali differenze potevano essere molto più lievi.
Essi avevano tuttavia, se non grammatiche e dizionari, quanto meno modelli a cui riferirsi, mentre chi tentava di scrivere in dialetto non aveva nemmeno quelli! Ognuno si arrangiava. Ognuno faceva quel che poteva e come poteva, secondo il grado d'istruzione, secondo che volesse o non volesse basarsi su quella grafia italiana che, magari, conosceva poco. Ognuno cercava di riprodurre alla "bene e meglio" i suoni del proprio dialetto, usando lettere, apostrofi ed accenti il più delle volte a sproposito, tralasciando vocali (soprattutto nei dialetti gallo italici), convinti che il proprio dialetto non avesse nulla a che vedere col volgare italiano scritto e dimenticando così che entrambi contenevano una solida base latina.
Noi siamo grati, per l'amor di Dio, a questi autori che si sono sforzati di lasciarci preziosi documenti, ma non dobbiamo lasciarci ingannare quando cerchiamo di capire quale fosse il dialetto parlato di quei tempi. Noi studiamo ciò che essi hanno scritto e non ci permettiamo di fare alcuna correzione, ma non dobbiamo pensare che il dialetto bolognese come lo vediamo scritto dal Mitelli nel '600, dalla Coronedi Berti nell'800 o dal Testoni a cavallo tra '800 e '900 fosse tanto diverso da quello parlato oggi (concetto che ripeto spesso, poiché vedo che è duro da capire!).
Qualcosa è certamente cambiato (tutto cambia!), ma non così tanto come queste letture ci possono indurre a pensare. L'ho già detto: mia nonna, nata nel 1882, parlava un dialetto che, in quanto a fonetica, era esattamente uguale a quello parlato da mio padre e da me.
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Paolo Canè

domenica 21 ottobre 2007

AL DÓBBI (n. 95)

Un umarèl, imbariègh ch'me un zvàtt, als pógia càntr'un lampiàn el al trà fóra ànch el budèl. Un cagnén als métt a nasèr e l'imbariègh al burbóta:
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"Dànca, i fasù ai ò magnè da Ghitón, al vén a l'ò b'vó dal Marlén, mó té, dùvv t'òia magnè?".

AL ZIGÀNT E AL NÀNO (n. 94)

Int un pisadùr ai vén dàntr'un umàz ed dù méter con l'óc' drétt ch'ai balèva. Dàpp un pó als métt al só fiànch drétt un umarcén ch'ai airivèva sé e nà à la zintùra. Al zigànt al s'acórz che l'umarcén al tàca a fèr balèr l'óc' stànch e a gli dìs:

"Di' só, um tùt pr'al cùl?"
"Nà".
"Alàura parché at bàla un óc' à l'improvìs?"
"I én i stiatén".

Proverbio n. 141

Fóra mèrz (ch'a sàn d'avréll)!
Si dice a chi tossisce fragorosamente.

Proverbio n. 140

Fèr v'gnìr al làt al z'nócia.
Fare…cascare le braccia!

GERGHI

Già avevo parlato di gerghi nella stesura del primo libro degli "Appunti" (e forse anche prima!), ma vorrei tornare sull'argomento, poiché sono entrato in possesso di una lista di circa 425 parole, prese dal famoso ed introvabile libro di Alberto Menarini "I Gerghi Bolognesi" (1942). La grafia lascia un po' a desiderare, per via di qualche gruppo di consonanti –nb, di troppe "k", di alcuni suoni –ghi e –ghe, dove l'indispensabile "h" manca e di qualche altra inesattezza: probabilmente il giovane Menarini non aveva ancora messo a punto quella sua grafia che io considero la migliore di tutte quelle viste finora, che è poi la stessa alla quale, grosso modo, io mi riferisco in ogni scritto.
Ho subito interpellato mio padre che è uno degli ultimi bolognesi in circolazione ad avere usato per tutta la vita (lunga quasi un secolo) dialetto e gergo, ma di queste parole ne conosce poco più del 20%! Come prevedevo, ha contestato l'80% non riconosciuto, asserendo che non si tratta di parole bolognesi, convinto com'è di sapere tutto sul dialetto, ma non è così ed io ho cercato di capire e di fargli capire anche il perché.
Qualsiasi gergo è di per sé un idioma poco noto, poiché nasce nell'ambito di un gruppo (meccanici, commercianti, muratori, ladri, ecc.) e tende a rimanere in quell'ambito. Infatti questi gruppi lo parlano, oltre che per spirito di appartenenza, sopra tutto per non farsi capire dagli altri, perciò se tutti venissero a conoscenza di tali termini, questo secondo scopo andrebbe a farsi benedire! Inoltre, anche se alcune voci gergali hanno avuto fortuna, tanto da essere ancora abbastanza diffuse (fànghi, tàp, giàz, ecc.), la maggior parte delle altre sono andate via via perdendosi, sia per l'avanzata dell'italiano, sia perché sono venuti a mancare i suddetti motivi per i quali esse sono nate. E solo un ultranovantenne ne può ricordare alcune, e non tutte, poiché mio padre è stato meccanico, ma non commerciante, non muratore e (spero) non ladro! Anche oggi, in molti ambienti, vengono usate parole che noi indichiamo come "termini tecnici", ma che non sono più gerghi, poiché usati per praticità, per moda o per eleganza e non per non farsi capire dagli altri.
La lettura di questa lista del Menarini mi ha portato a fare qualche riflessione che riporto qui di seguito:

1) l'espressione "a balón" suona strana, poiché ho sempre sentito dire "a balùs" ed anche "rimbunga/ribonza" (merce) l'ho sempre sentita nella forma "rimbànza" in senso generico, ma soprattutto riferita a merce rubata.
2) molte parole definite gergali, sono troppo simili alla lingua o ad altri dialetti e mi riferisco ad esempio a stréll (grido), sgubèr (lavorare), imbunìr (imbonire), pivèla (ragazza), rifilèr (smerciare), spago (paura).
3) alcuni termini sono di chiara origine francese: lumàtt (fiammifero), lungén (lenzuolo), macadùr (fazzoletto da naso), rulànt (veicolo), ecc. (allumette, lingerie, mouchoir, roulant, ecc.)
Di chiara origine latina sono invece furlén ed anche rufidàur (ladro), dove troviamo –fur (ladro) e nel secondo –ruf, forse per metatesi.
4) alcuni altri, dei quali né io, né mio padre eravamo a conoscenza, li ho spesso trovati simili in vari altri dialetti, dal piemontese al veneto, dal lombardo al romanesco. Eccone alcuni: campurèla (campagna), pióla (osteria), pit/pitòn (tacchino), sgnàpa (acquavite), scarcèna (tasca), sàc (£.1000), gàmba e pióta (£.100), pischérla (ragazza).
5) infine una stranezza: il lavoro del Menarini è sicuramente accurato e immagino che nel suo libro del 1942 ci saranno ben di più che 425 parole, tuttavia abbiamo notato la mancanza di alcuni termini gergali che mio padre ed io usiamo ancora spesso, come stufilàusi (tagliatelle), strézzi (sigarette), batintén (orologio), lisa (mantello), sacàn-na (giacca) e l'ormai noto sc'fón (calzerotti). Altre espressioni abbastanza note, ma non indicate nella lista, sono, ad esempio pri là (là, da quella parte) e pr'i tu vìsi (per i fatti tuoi), ecc.

Immagino tuttavia che sarebbe impossibile redigere un dizionario completo delle voci gergali, poiché certamente molti termini sono caduti in disuso prima della nascita del Menarini, se è vero che diversi altri, ancora vivi ai primi del '900, sono ormai spariti e che tra qualche decennio non ne esisterà più nemmeno uno! Il gergo sta sparendo molto più in fretta del dialetto proprio in quanto parlato da una più ristretta cerchia di persone.È lecito, infine, supporre che alcune parole gergali siano state note in un certo ambito, magari abbastanza vasto, e che siano poi "emigrate" in altri ambiti, in modo da raggiungere una certa notorietà. Certe altre è possibile che siano scaturite dalla fantasia di qualche popolano e che siano state usate da pochi e non da tutti i componenti di uno stesso "clan". Questo è ciò che ho detto a mio padre per… tranquillizzarlo e scusarlo di non conoscere tutti i vocaboli citati dal Menarini!

Paolo Canè

venerdì 12 ottobre 2007

EDUCAZIÀN 1 (n. 93)

Una cuntadnóta la spalànca l'óss dal ginecólogh e la dìs fórt: "Cus'òia da fèr pr'al scadàur à la fìga?".
Al dutàur l'arspànd: "Mó insàmma, sgnàura, éla quàssta la manìra ed c'càrrer? Adès lì la tàurna fóra, la bóssa e l'am d'mànda: "Dottore, avrei un prurito alla vagina. Èla capé?".
La cuntadnóta la tàurna fóra, la bóssa e la dìs: "Dottore, avrei un prurito alla…..cumm'èl pùr détt ch'l'as ciàma ed cugnómm la fìga?".

AL GÀT VIAZADÀUR (n. 92)

"Alàura it pò riusé a c'fèrten ed ch'al tó gàt?"
"Mocché, à l'ò purtè a 10 chilómeter da cà e l'é turnè; alàura a l'ò purtè infén a Módna e l'é turnè un'ètra vólta; a la fén a sàn andè infén a Frèra, in mèz a una nàbbia ch'l'as taìèva col falzàn e am sàn pérs! Óu, par furtón-na ch'ai éra al gàt, se nà an turnèva pió a cà!"

Proverbio n. 139

Fèr l'intarès ed Cazàtt.
Una speculazione da poco (distrusse la casa per ricavarne pietrisco!).

Proverbio n. 138

Fèr la pàira a quàich’dón.
Turlupinare qualcuno.

UN PATRIMONIO PERDUTO

Ho l'impressione, come accade spesso nella vita, che a volte si dicano certe cose, si facciano certe affermazioni con grande certezza, ma che… non si sappia esattamente di che cosa si stia parlando!
Prendiamo ad esempio, tra le tante, un'affermazione che si sente dire da tempo ed ovunque: "Il dialetto è un patrimonio che si sta perdendo e che invece occorre salvaguardare"! Lo stesso si dice, peraltro giustamente, di certi animali in via d'estinzione, della deforestazione del pianeta e d'altro, tuttavia è innegabile che i dialetti stiano scomparendo, così come certe razze di animali e diversi chilometri quadrati di foresta! Si ha l'impressione che nessuno faccia nulla, o comunque che non si faccia abbastanza, ma qui l'argomento è il dialetto e a quello mi attengo.
Esso pare un patrimonio solo oggi che sta morendo, mentre non molti anni fa era una cosa di cui quasi ci dovevamo vergognare, una lingua da evitare, una etichetta di ignoranza e di volgarità. Oggi tutti lo vogliono recuperare, ma pochi hanno gli strumenti per farlo: non basta parlarlo (male!), magari a sproposito, magari traducendo semplicemente in dialetto sulla bocca gli ordini che il cervello ci manda in italiano! Questo non è recuperare o parlare il dialetto, specialmente da parte di gente che prima mai o poco lo aveva parlato, questa è una sciocca ed inutile ostentazione di chi vuole far intendere di sapere ciò che non sa,è un'ulteriore offesa che gli viene recata.
In effetti, quello che "si sta perdendo" e che "dovremmo recuperare" non sono i vocaboli, bensì lo spirito petroniano: una cosa che abbiamo o che non abbiamo, e non si può "recuperare" ciò che non si è mai posseduto.
Lo spirito petroniano è tante cose, ma soprattutto quella serie di sfumature che hanno presumo tutti i dialetti, proprio perché solo parlati, mentre la lingua resta un mezzo per capirci che è sì nostro, ma che non sarà mai nostro come lo è il dialetto, almeno finché avrà vita, almeno per noi! Il dialetto, solo apparentemente rozzo, contiene in sé un'ironia, un'allegria ed una serie di sottili significati che sono usati e capiti solo da chi lo parla e anche da molto tempo. Un esempio? Ho già detto che i cognomi delle nostre parti hanno una traduzione in dialetto e perciò Baravelli, diffuso in città, si pronuncia "Baravèl", ma un mio parente con questo nome, mio padre (inesauribile fonte di cultura dialettale!) lo chiama "Baravèla" e questa "a" finale è un vezzeggiativo, è un sinonimo di simpatia che quel personaggio sprigionava. Stesse caratteristiche ha il diminutivo “Baravlén-na”!
Esiste una simile sfumatura in italiano?
Ecco, questo è ciò che veramente sta scomparendo e che non salveremo!

Paolo Canè

giovedì 11 ottobre 2007

LA SCUSA (n. 91)

Tótt i dé Pirén l'à una scùsa nóva pr'arivèr in ritèrd a scóla.

"Alàura Pirén che scùsa èt incù?"
"Sgnàura màstra, ai ò purtè la vàca al tòr".
"Bàn? An al p'sèva brìsa fèr tó pèder?"
"Sè, mó l'é dimóndi méii al tòr!"

I PIRENEI (n. 90)

"Bàbbo, dùvv'éni i Pirenei?"
"Sòia bàn mé: d'màndel a tó mèder ch'l'é lì ch'l'ardàppia sàmpr'incósa!"