martedì 14 ottobre 2008

LA PÀMPA (n. 183)

Dù amigh atàis al fiómm:

- Vàddet quàlla? L'é una pàmpa idròfoba!
- Infàti, mé a cà ai ò una càgna idròvora!
- Và bàn: mé am sarò sbagliè, mó té t'i un èsen!

LA PIETRA DI BOLOGNA

Si può vivere un’intera vita a Bologna, senza conoscere la famosa “Pietra di Bologna”, altrimenti detta anche “L’enigma di Aelia Laelia Crispis”!
L’unica consolazione è la certezza che non sono il solo bolognese a non aver mai sentito parlare di ciò, anzi credo proprio che questa sia una cosa nota a pochissimi. Ma vediamo di che cosa si tratta. Dico subito che si tratta di una pietra, una lapide rettangolare con la seguente iscrizione, che qui sotto riporto nella versione originale latina con a lato la traduzione italiana. Il motivo della sua divisione in due parti lo chiarirò più avanti:



« D M

Aelia Laelia Crispis
Nec uir nec mulier nec androgyna
Nec puella nec iuuenis nec anus
Nec casta nec meretrix nec pudica
sed omnia sublata
Neque fame neque ferro neque ueneno
Sed omnibus
Nec coelo nec aquis nec terris
Sed ubique iacet
Lucius agatho priscius
Nec maritus nec amator nec necessarius
Neque moerens neque gaudens neque flens
Hanc nec molem nec pyramidem nec sepulchrum
Sed omnia
Scit et nescit cui posuerit
»



« D.M.

Aelia Laelia Crispis (Elia Lelia Crispi)
né uomo ne donna, né androgino
né bambina, né giovane, né vecchia
né casta, né meretrice, né pudica
ma tutto questo insieme.
Uccisa né dalla fame, né dal ferro, né dal veleno,
ma da tutte queste cose insieme.
Né in cielo, né nell'acqua, né in terra,
ma ovunque giace,
Lucio Agatho Priscius (Lucio Agatone Prisco)
né marito, né amante, né parente,
né triste, né lieto, né piangente,
questa / né mole, né piramide, né sepoltura,
ma tutto questo insieme
sa e non sa a chi è dedicato.
»



« Hoc est sepulchrum intus cadaver non habens
Hoc est cadaver sepulchrum extra non habens
Sed cadaver idem est et sepulchrum sibi »



« Questo è un sepolcro che non contiene alcuna salma
Questa è una salma non contenuta in alcun sepolcro
ma la salma e il sepolcro sono la stessa cosa »







Iscrizione che si trovava almeno fin dal XVI secolo su una parete del cosiddetto Complesso di Santa Maria di Casaralta (Bologna) che era di proprietà dei Volta, la famiglia di quel Camillo che fu l’ultimo Gran Maestro dei Frati Gaudenti.

Il Complesso era infatti stato eretto nel XIII secolo con la funzione di priorato dell’Ordine Cavalleresco di questi Frati.

Si tratterebbe in sostanza di una falsa iscrizione funeraria dedicata da un immaginario Lucius Agatho Priscius (in italiano: Lucio Agatone Prisco) ad una misteriosa Aelia Laelia Crispis (in italiano: Elia Lelia Crispi).

Le lettere iniziali D.M. hanno un significato sia cristiano (Domine Maximo, cioè rendiamo grazie a Dio), che pagano (Dis Manibus, cioè agli Dei Mani): a ciò si era indotti a pensare nel clima di riscoperta dei classici, tipico dell’Umanesimo.


Ne parlò per primo, in un documento del XVI secolo (1567), l’erudito belga Giovanni Torre (probabilmente Jaen Tours), che era ospite a Casaralta di Marcantonio Volta e che ne inviò il testo ad un collega inglese. Da allora furono parecchi gli ospiti dei Volta che citarono la curiosa iscrizione, che si trovava sul muro della chiesa, accanto alla villa. In quegli anni (1550) il Complesso diventò commenda e fu assegnato ad Achille Volta (allora Gran Maestro dei Gaudenti) il quale provvide ad ampliarlo e a dotarlo di particolari misteriosi, come un caminetto fatto in forma di enorme maschera, la cui bocca di tre metri costituiva il piano di fuoco, un dipinto riproducente un rinoceronte con la scritta in spagnolo “No vuelo sin vincer” (Non volo senza vincere), un bassorilievo di marmo con sotto la misteriosa scritta“Asotus XXX”e altre stravaganze. Dopo lo scioglimento dell’ordine (1589, col citato Gran Maestro Camillo Volta), il Complesso fu affidato da Papa Sisto V al Collegio di Montalto, anche se la famiglia Volta ebbe il privilegio di continuare ad usufruirne. Nel XVII il senatore Achille Volta, omonimo del suo avo, fece ricopiare il testo, divenuto illeggibile, su una nuova lapide in marmo rosso ed è questa che oggi viene detta “Pietra di Bologna”, quella attualmente conservata presso il lapidario del Castellaccio del Museo Civico Medievale che ha sede a palazzo Ghislardi-Fava, insieme ad un’altra piccola lapide che ricorda questa nuova trascrizione. Va detto inoltre che la lapide uscì indenne da un bombardamento aereo del 1943, che distrusse in parte il Complesso, e che fu restaurata nel 1988. C’è da dire infine che il rifacimento di Achille Volta manca di tre versi i quali invece comparivano nella versione originale e che io ho qui riportato a seguito dei 16 della prima parte del testo.

Quanto al significato ed alle interpretazioni di questa scritta…c’è da discutere!
Certo è uno dei misteri più noti (benché misconosciuto ai più) della Bologna esoterica: si tratta di una delle tante iscrizioni misteriose, immersa in un contesto architettonico pure misterioso che alimentano l’inesauribile fantasia degli uomini. Così d’acchito, tanto per restare a Bologna, mi viene in mente la lapide di San Procolo oppure, tanto per stare in Italia, il misterioso significato del castello federiciano di Castel del Monte, ma sono tanti e tanti gli oggetti e i luoghi che hanno scatenato superstizioni e fantasie, specie nei tempi passati, quando tutti erano disposti a credere a tutto!

E’ un testo che potrebbe essere stato concepito in un clima da cenacolo umanistico, in qualche modo vicino a tutto ciò che è mistero, allegoria ed esoterismo. Secondo lo studioso Richard White (ma anche secondo la studiosa Maria Luisa Bellelli), gli ultimi tre versi sarebbero la traduzione di un epigramma attribuito all’autore greco del VI sec. a.C. Agatia lo Scolastico, che fu poi latinizzato da Decimo Magno Ausonio ed infine riportato dal Poliziano. In ogni caso il “Mistero di Aelia Laelia Crispis” ha sempre suscitato interesse e curiosità, specie in ambito alchemico.

Lo stesso White ipotizzò la figura di Niobe (XVI sec.), lo scienziato bolognese Ulisse Aldrovandi, una delle amadriadi, le ninfe delle querce (XVI sec.) e Michelangelo Mari l’acqua piovana (XVI sec.). E’ poi inevitabile che a certe cose venga data anche troppa importanza: il letterato e gesuita torinese Emanuele Tesauro (XVII sec.), ebbe a dire che la lapide “sarebbe bastata da sola alla fama di Bologna” e lo storiografo Calindri (XIX sec.) analogamente affermò che “celebre ed insigne sarebbe stata Bologna se altro ancora non avesse avuto e contenuto in se stessa, che questa enigmatica lapide”. Direi…un poco esagerati! Comunque l’argomento fu ripreso anche da Carl Gustav Jung, da Gerard de Nerval, che citò Aelia Laelia nei suoi due racconti Pandora e Le Comte de St. Germain ed anche da Walter Scott.: tutti evidentemente attratti dal sottile fascino di questa lapide.

E’ la vana ricerca d’una soluzione improbabile che ha scatenato la fantasia d’illustri pensatori, eruditi, storici, intellettuali e soprattutto cultori d’esoterismo e di alchimia.


Numerose e controverse sono state, nel tempo, le ipotesi d’interpretazione, come del resto è accaduto per molti altri “misteri” come quello del celebre quadrato magico del Sator, iscrizione che si trova sul muro del duomo di Siena, leggibile in tutti i sensi, dal significato sibillino di “Il seminatore del campo tiene le ruote dell’opera”, che in fondo significa tutto e niente:

S A T O R

A R E P O

T E N E T

O P E R A

R O T A S


Ma oggi che siamo più disincantati, si è più propensi a credere che l’Aelia Laelia non sia altro che un gioco umanistico, uno scherzo antico, un raffinato gioco verbale, un virtuosismo fine a se stesso, un’invenzione erudita per fare impazzire i posteri. Per alcuni richiama alla memoria le statue del famoso Parco dei Mostri di Bomarzo (VT), per altri è invece un’importante verità esoterica, un principio d’arte ermetica, messa sotto forma di arcano: c’è perfino chi è arrivato ad affermare che, interpretando quel testo, si potrebbe addirittura arrivare a sintetizzare la famosa Pietra Filosofale, cioè al sospirato compimento della Grande Opera Alchemica, nel qual caso Aelia Laelia rappresenterebbe la cosiddetta Materia Prima, cioè lo stadio iniziale e ogni successione di termini, ciascuno che nega il precedente, sarebbe l’evoluzione attraverso la trasmutazione…ma qui entriamo nel difficile, perciò lascio perdere!


Ma se fosse vera questa ipotesi, si potrebbe dedurre che l’Ordine dei Frati Gaudenti costituisse una sorta di setta segreta, addetta ai misteri esoterici, come del resto fu ipotizzato per i Templari, ordine per molti versi affine, ma ho già detto che era abbastanza facile in passato credere possibile l’impossibile e magico l’incomprensibile! In ogni caso c’è da dire che l’esempio della Pietra di Bologna non è unico, infatti la stessa iscrizione appare anche nel Palazzo San Bonifico di Padova, nel castello dei Principi di Condé a Chantilly in Francia e in una lapide conservata nel museo di Beauvais, capitale dell’Oise francese.


Paolo Canè

giovedì 9 ottobre 2008

LA CA’ DI SGNÀURI (n. 182)

Un vèc' funtanìr, ch'l'éra quèsi órb, l'andé col só faturén a iustèr un césso a cà d'un sgnàuri. I sunénn, i andénn dànt'r à un bèl curtìl con int al mèz la stàtua d'una dóna e al vèc a gli gé: "Bongiórno, sgnàura". Quànd i finénn al lavurìr, i turnénn a pasèr davànti à la stàtua e al vèc' al turné a dìr: "Bongiórno, sgnàura". Als vulté vérs al faturén e al burbuté: "Óu, làur qué i aràn di baiùch, mó educaziàn zèro!". Intànt la sérva l'éra ruzzlè zà par la schèla e l'éra finé con la tèsta int al bidàn dal róssch e col cùl pr'ària e al vèc' al cuntinué: "...e po' guèrda che fàt cùl ch'i càzen vì, strasinón!".

AL FRÈ (n. 181)

Int un cunvànt ed frè col vàud dal silànzi, l'arìva ón nóv e al vén a savàir che lé is pólen dìr sàul dàu paról à l'àn! À la fén dal prémm àn, al và dal Superiàur e a gli dìs:
-
"Ai ò fàm". E ló: "Và bàn, préga!".
À la fén dal secànd àn al turné e al gé:
"Ai ò fràdd". - "Và bàn, préga".
À la fén dal térz àn, ch'an in psèva pió ed stèr zétt, al turné dal Superiàur e a gli gé:
"A vàgh vì". E ló: "L'éra àura, caràggna d'un ciacaràn!".

TIMIDÀZZA (n. 180)

Un ragazèl, pitóst témmid, al và int una farmazì par cumprèr un preservatìv, mó, dato ch'ai é del sgnàuri, an s'atànta brìsa a c'càrrer fórt e al d'mànda a bàsa vàus:

"Mé a v'révv un pssvvvtvvv…"
"Cùs'èl détt?" al dìs fórt al farmazésta.
"Ai ò détt ch'a v'révv un preservatìv" al dìs al zuvnót un pó pió fórt e al d'vànta tótt ràss.
"Eh, bàn an i é mégga gnìnt da vargugnères" pò al và só pr'una schèla e al d'mànda fórt (che tótt i sentàn!): "Cùmm le vólel al preservatìv? Normèl o culurè?"
E al zuvnót, che oramài l'avèva fàt padèla, l'arspundé fórt: "Ch'al fàga ló: am séruv par fèr un cùl!"

LA TELEVISIÀN 2 (n. 179)

Tótta la famàiia l'é davànti à la televisiàn par vàdder "Lasiaoradoppia" e al nón ch'l'é in prémma fìla, al tàca a dèr dégli ànd. "Al nón al càsca, al nón al càsca" e il ciàpen da de drì e i tàurnen a méttrel drétt. Dàpp un pó: "Al nón al càsca, al nón al càsca!" e i tàurnén un'ètra vólta a méttrel drétt int la scràna e ló als vólta, tótt incazè, e al dìs: "Insàmma, in ch'la cà qué ans pól gnànch scurzèr?"

RIME IN PILLOLE (pagina 27)

Al grillo:

Gréll gréll fàt a la pórta
che tó mèder l’é mèza mórta
che tó pèder l’é andè in parsàn
pr’una grèna ed furmintàn.

Alla lucciola:

Lózzla lózzla vén da bàs
ch’at darò dal furmài pàs,
at darò una carsintén-na,
vén da mé, bèla luzlén-na.


Alla coccinella:

Vióla vióla,
insàggnum la strè d’andèr a scóla.


La capra (la conta da uno a tredici):

1- It chèvra?
2- S’a sàn chèvra?
3- Sé ch’a sàn!
4- Èt él córen?
5- S’ai ò él córen?
6- Sé ch’ai ò!
7- Dùvv égli èt?
8- Dùvv égli ò?
9- In mèz al zócch!
10-Quànti in èt?
11-Quànti ai n’ò?
12-Fài i cónt:
13-Tràgg’ in pónt!


Il cane e la lepre (antico ballo):

Córr pùr càn, ciàpa la lìvra,
ciàpla, ciàpla par la có,
tén-la strécca ch’l’é la tó
tén-la strécca…l’é scapè! (
oppure: a l’à ciapè!)

Girotondo:

Ucarén-na da la chèvra bìsa
tìra tó mèder par la camìsa,
fàla balèr, fàla saltèr
quànt’é la cà dal muntanèr.

-
Paolo Canè

RIME IN PILLOLE (pagina 26)

Stràza buràta,
la péssa d’la gàta,
la péssa dal gatén (o dal ninén)
buràta buratén.


***

Al volto e alle mani di un bimbo:

Quàsst l’é l’ucén b’lén,
quàsst l’é só fradlén,
quàssta l’é l’urcén-na b’lén-na,
quàssta l’é só surlén-na,
quàsst l’é al piról d’la pórta
(il labbro inferiore),
quàssta l’é la pórta
(la bocca)
quàsst l’é al campanén (il naso)
din dén din dén (scuotendolo!).

***

Màn mórta, màn mórta, oppure Màn mórta, màn mórta,
la bàt a la pórta ------------------- péccia a la pórta!
la bàt al purtàn
pùnf: un scupazàn!

***

Manén-na màta,
la péccia chi la càta,
la càta al só padràn:
pin pàn, pin pàn!


***

(Dialogo delle cinque dita):

Quàsst dìs:” Ai ò fàm,
quàsst dìs:” A magnaràn”,
quàsst dìs:” Cùmm faràggna?”
quàsst dìs:” A rubaràn”,
quàsst dìs:” Mìcca, mìcca,
chi ruba s’impicca!”.


***

Contro vari dolori:

Panarézz, panarézz, qué at métt e qué at làs!

***

Parcànt e parcànt’óss
vàga vì la pèl e l’ós
e ch’al puchtén ch’ai rèsta,
vàga vì d’matén-na ch’l’é fèsta.

-
Paolo Canè

martedì 30 settembre 2008

LA “ESSE” RACCONTA (parte 4 - ultima)

VARIAZIONI, a proposito di quanto ho appena detto, chiamo con questo nome diversi termini che il Mainoldi (ed altri) riporta in un modo, mentre io (ed altri ancora) ho sempre sentito in modo diverso. Si tratta di termini che farebbero parte di tutte le tre categorie fin qui indicate, ma che qui sono ovviamente insieme.

Sràin, sereno, ma io ho sempre detto e sentito S’ràggn, così come Ràggn (il Reno)
Sàin, seno, idem come sopra, quantunque raro, Sàggn. Ora per tutti è Pèt.
Sdarén-na, spazzola, più comune Z’darén-na
Sàuvra, sopra, si sente ancora, ma per quasi tutti è Sàura (però è meglio “in vàtta”)
Sbulgnèr, sbolognare, per me Sbulugnèr.
Sburgióll, vino leggero, che tutti chiamano Sbargióll
Scabuzèr, inciampare, Scapuzèr
Scanzì, scaffale, Scansì
Scièr, Scièlpa, Scimiót, Sciólt, Sciuchén (sciare, ma era più bello “sblisghèr”, sciarpa, scimmiotto, sciolto e schiocchino), queste ed altre sono tutte parole scritte con la “sc” che, come già detto, in bolognese esiste solo in due-tre casi, mentre in tutti gli altri si usa la nostra particolare “s” semplice. E questo Mainoldi lo sa, poiché più avanti riporta anche Simiót e altre parole simili, come Séna, scena; Siàl, scialle, ecc.!
S’ciàvvd, insipido, è una delle tante parole chi certi dizionari riportano sotto –ds: forse era quella la grafia iniziale, ma, come Menarini giustamente insegna, oggi è chiaramente “s’c” o “c’c” (S’ciarìr, rendere chiaro; C’càrrer, parlare, ecc.).
Spécch (citato anche come Dspécch), staccato, idem come sopra, cioè: C’pécch!
Scramazól-Scrumazól, capitombolo, che io conosco come Scarmazól.
Scumplózz, scampolo, residuo, Scamplózz
Sfiópla, vescica, che moltissimo pronunciano Sfialópla.
Sgarmiè, spettinato, ma io, come già detto altrove, ho sempre udito Sgramgnè.
Sgnàur e Sgnér, signor (anche al femminile). E’ una vecchia diatriba tra chi vorrebbe mantenere l’antico Sgnér (almeno davanti al nome), mentre oggi tutti dicono Sgnàur in ogni caso. Probabilmente il Sgnèr corrisponde al romanesco “Sor”.
Sgumtè, gomitata, oggi Sgumdè, così come Gàmbd (gomito) è diventato Gàmd.
Silé, gilet, forse forma antica per l’attuale Gilé.
Simpàtich, simpatico che convive con Sempàtich (Mainoldi li cita entrambi)
Singiàtt, singulto, per tutti Zingiàtt, forse per assonanza con Zéngia, cinghia.
Slèpa, schiaffo, ma mi sembra troppo…milanese. Preferisco il bel Smataflàn!
Sluchèr, lussare, ma per tutti è Slughèr, infatti il raro “luogo” fa Lùgh.
Sméca e Sméco, citati per belletto, cosmetico. Io l’ho sempre udito solo al maschile Sméco, per indicare un “non-so-ché”, uno spunto atto a migliorare, a rifinire.
Sóvver, sughero è forse antica denominazione dell’ormai diffuso Sógher.
Spànt e Spàult, rafforzativi per “imbariègh” o “móii”, ma il secondo è più diffuso.
Sfùgh, sfogo, che però nessuno usa più a vantaggio di Sfógh.
S’pdèl e S’pducèr (ospedale e spidocchiare), oggi S’bdèl e S’bducèr (anche se i pidocchi non ci sono quasi più), tuttavia Mainoldi li cita entrambi.
Starlén-na e Sterlén-na, viene fatta una distinzione tra la prima (stellina) e la seconda (sterlina): può darsi che sia giusto, ma io nutro qualche dubbio.
Stiàvo e Stiévo, citati entrambi per il colloquiale “basta, nient’altro”, ma io ho sempre udito soltanto la seconda forma “ai ò dezìs acsé …e stièvo!”, simile a “…e ciao”.
Stranùd, sternuto, Starnùd, come accaduto anche in lingua tra spengere e spegnere.
Sufà, sofà, ma io ho sempre e soltanto udito Sofà, come in italiano.
-
E’ molto probabile che tante parole abbiano avuto un’antica pronuncia e grafia, poi cambiata col tempo per appiattimento sull’italiano ed è un vecchio discorso già fatto mille volte: il dialetto cambia ed ognuno parla quello del suo tempo!
-
APPENDICE a questo capitolo è la lista dei seguenti vocaboli (sempre nell’ambito della lettera “esse”) che non sono citati nel Mainoldi, ma che sono ancora in gran parte vivi ed io stesso li cito nel mio trattato “Voci caratteristiche Bolognesi (1992)”. C’è di tutto: termini obsoleti, campagnoli, tipici e contestati ed è molto probabile che non siano stati inseriti in questo dizionario, poiché recenti o gergali o anche volgari, ciò che probabilmente l’Autore ha volutamente evitato. Però molti sono ben vivi e quasi universalmente usati. Sarebbe impossibile elencarli tutti, come è difficile fare un dizionario che contenga tutte (ma proprio tutte!) le voci del bolognese, tuttavia ne ho scelta un’ottantina in rappresentanza degli altri.
-
Sàbla, sciabola
Sagatèr, scompigliare
Saiàn e Saiandàn, sciattone
Sampagnàn, sbruffone, bisbocciane (Champagne)
Sbaitìr, morire
Sbémbel, cosa flaccida
Sburnisèr, cuocere sotto la cenere, andato in naftalina con…la cenere!
Sbuvazàn, grassone, ma anche poco abile al gioco (da “buàza”=sterco bovino)
Scagaién, piccola quantità o persona bassa (termine non molto raffinato)
Scaièr, non cogliere nel segno, mancare, termine portato anche nel nostro italiano
Scalzacàn, detto di persona non professionale, specie ad un medico
Scapadézz, viscido (famosa è la “pràisa scapadézza” di un portiere che subisce gol)
Scaravànt, acquazzone, forte colpo di vento, ma anche una moltitudine di cose.
Scarpazèr, gergale per ciabattare (a sént bèle scarpazèr, per chi sta arrivando…)
Scarpinèr, gergale per camminare (scarpén-na pr’ì tù vìsi, va’ per i fatti tuoi)
Scartén, chi è scartato (leva) o una carta di poco valore alla briscola.
Scavàzz, il retro-fianco ben modellato d’una donna, contrapposta ad una Spiulè!
Schèv’tlà! Togliti di torno.
Sclémm o il più raro Sclébbi, per definire una grande quantità
Scràvvel, tipo di saggina (al gàmb ed scràvvel, sono sottili e deboli)
Scufiót, bel termine che rende il rovesciare qualcosa in testa a qualcuno. Scappellotto o qualcosa di simile allo Scabóff, pure citato dal Mainoldi.
Scurzén, pernacchia
Scutmài, arcaico per indicare il soprannome.
S’dàssd o meglio Z’dàzzd, sveglio ed è corrispondente di “desto”.
Sfighè, sfortunato, ma anche poco abile o anche disgraziato nel fisico.
Sfitladàura, affettatrice, ormai in disuso a favore dell’orrenda Afetatrìz!
Sgaitón (ed), di soppiatto “l’é arivè ed sgaitón”
Sgambózz (in), ormai raro per definire chi è senza calze
Sganapèr-Sganasèr, mangiare avidamente (da cui forse la maschera Sganapén)
Sgaróffla, altro termine per la buccia di cipolle o agli, ma anche per la roba da poco
Sgasèr, dare gas, entrato in uso con le moto “l’à dè una fàta sgasè!”
Sgaitèr, districare i capelli (che erano sgramgnè!)
Sghérel, parola “di nicchia” che indica il fischio per le allodole
Sgnifulèr, piagnucolare, ormai sostituito da “gnulèr, fèr d’la gnóla”
Sgnófla, una qualsiasi cosa di grosse proporzioni (dal latino “offula”)
Sgrandigiàn, sbruffone
Sgrugnàn, uno dei tanti termini per indicare un pugno in faccia (int el gróggn)
Sinifìni (un), un sacco un mucchio, storpiando il latino “sine fine”= senza fine
Slànz (omografo di slànz=slancio), significa di qualità scadente (latino: lonzus?)
Slimèr, ciondolare, esitare, lesinare
Slimunèr, pomiciare, ma è preferibile il petronianissimo Cipulèr!
Slusnè, lampo, il Mainoldi cita Lusnè, ma è più comune con la “s” iniziale.
Smarlitèr, ha vari significati: il più usato è lo …“sfanalare” delle automobili
Smulàdgh, molliccio, flaccido
Smurfìr, gergale per mangiare, come Cubièr (dormire), Buschìr (defecare) e tante altre voci: Strìsi (pane), Stufilàusi (tagliatelle), Stafèl (formaggio), ecc.
Snibièr, piovigginare di nebbia (Cróder), ma anche sbrinare i vetri dell’auto
Snécch, persona difficile nei gusti a tavola, termine simile al citato Suféstich.
Sócc’mel, è il classico “scibboleth” bolognese: quando sparirà, spariremo noi!
Soquànt, alcuni (forse da “non so quanti”), che molti si ostinano a scrivere Socuant.
Sparghlén, l’aspersorio (al sparghlén dl’àqua sànta è colui che paga per tutti)
Spastè, è chi non è in forma (incù a sàn spastè)
Spatachè, spiattellato, ma anche una gran botta (una gràn spatachè par tèra)
Spianères, l’avverarsi (di un sogno), ma è termine antico
Spipaièr, fumare, fumacchiare detto in senso ironico
Sprasulè, sfilacciato, detto di una sottana (i prasù d’la stanèla)
Sp’titè, raro per indicare chi non ha appetito
Spulétt, così al plurale, indica i lacci delle scarpe (del singolare ho già detto)
Stimères, darsi delle arie (ignurànt e pò…stémmet!)
Stlón, specie di paletti, ma anche squadra di calciatori “macellai” (vedi: stlèr)
Strapì, termine arcaico per indicare una rovina
Strazabisàch, in fretta, grossolanamente (magnèr a strazabisàch)
Strìguel, poco usato per il grasso di budella di maiale
Sufitót-Sufitàn, altro termine per indicare un pugno in testa
Svarslèr, fare urli, gridare
Svàttla, botta, schiaffo, colpo
Svìdria, gelata specie nelle strade d’inverno. Poco usato
S’zarvlères, scervellarsi, a ulteriore dimostrazione che la “sc” da noi non esiste!

***

Come dice il titolo, mi sono riferito, in questa ricerca, alla sola lettera “esse” che costituisce quasi il 20% dei vocaboli, più o meno in ogni dizionario. Credo che il fatto sia dovuto a due motivi:
1) perché probabilmente accade lo stesso anche in italiano
2) perché in bolognese spesso prendono la “s” rafforzativa molte parole che esistono anche prive di “s” (vedi il caso di Lusnè e Slusnè).
Se avessi la pazienza di esaminare tutto il dizionario, credo che il risultato della divisione dei vocaboli nelle quattro categorie sarebbe lo stesso, soltanto che sarebbe almeno cinque volte superiore nel numero. Ma credo che non lo farò: questa ricerca sulle parole che iniziano per “esse” basta e avanza per rendere l’idea.
Quanto ai molti lemmi che mancano nel Mainoldi, il motivo l’ho detto all’inizio, e cioè che questo è un dizionario molto succinto. Altri dizionari li indicano tutti e molti altri che magari io non conosco ancora: uno su tutti è forse il più completo, e anche antico, cioè il Coronedi-Berti, il quale però ha il “difetto” di riportare una grafia ormai arcaica, oltre che non del tutto esatta, poiché superata da studi più recenti.
Voglio infine ricordare ciò che ho già ripetuto fino alla noia quasi in ogni capitolo che ho scritto: un idioma come il dialetto, che ha dizionari, ma che non ha regole né di grafia, né di pronuncia, è suscettibile di mille e mille variazioni in moltissime parole, poiché esse sono affidate alla fantasia di ogni parlante e di ogni scrivente. Perciò ogni “novità” che arriva in un contesto senza regole viene accolta senza che debba essere respinta (come accade per una lingua ufficiale) e senza sostituire la parola usata in precedenza. Viene semplicemente aggiunta ed accettata come variazione, non solo, ma nel dialetto convivono parole vecchie e superate con neologismi, parole di città e parole di campagna e pertanto sbaglia chi crede di avere in mano l’unica verità, semplicemente perché le verità sono tante!
Se poi un giorno qualcuno sarà incaricato di fare le regole (cosa che difficilmente potrà accadere!), allora si potrà fare una grande pulizia e lasciare in un dizionario solo i termini che sono ancora vivi oggi (e non ieri), a Bologna (e non in provincia).
Nel frattempo è meglio limitarsi, come ho cercato di fare io, ad elencare tutte quelle parole che secondo me, sono obsolete, campagnole, tipiche, discutibili o mancanti, consci però che il tutto resta…discutibile! E per fortuna che ho parlato solo delle parole che iniziano con la “esse”!
-
Paolo Canè

RIME IN PILLOLE (pagina 25)

Dìn dàn dìn dón,
la campèna di frè Simón,
tótt i dé i la sunèven,
pàn e vén i guadagnèven,
guadagnèv’n un pèr ‘d capón
da purtèr ai sù padrón,
i sù padrón in i éren brìsa
i ér’n invézi ed dàpp a l’óss
a taièr ‘gli uràcc’ dal cócch,
cocco cocco malandrén,
dà la vólta al tó mulén,
dà la vólta al tó canèl
ch’ai ò trài pótti da maridèr
ónna cùs e pò la tàia,
ónna fà i caplén ed pàia,
ónna fà i caplén ed spén
da dunèr a Luvigén.
Luvigén l’é tànte b’lén,
l’à una rósa int al caplén,
l’à una rósa ch’l’é un bèl fiàur,
vàddel là ch’al fà l’amàur.


***

Dìn dón la tràmba l’é ràtta,
dìn dón fàla aiustèr
dìn dón ai vól di denèr
dìn dón vindì la gàta
dìn dón a l’ò vindó
dìn dón cus’èt ciapè?
dìn dón ai ò ciapè una rósa
dìn dón duv’èt la rósa?
dìn dón a l’ò dè a la spàusa
dìn dón duv’èt la spàusa?
dìn dón l’é in camaràtta
dìn dón ch’sa stèla a fèr?
dìn dón la si fà bèla
dìn dón dùvv’èla él b’làzz?
dìn dón l’ai à strà ‘l tràzz.


***

Suladén bendàtt,
fécca fóra trài bacàtt :
ónna d’ór, ónna d’arzànt,
l’ètra ch’fàga v’gnìr bàn tàmp.

(vedi versione più completa a pag. 35)
-
Paolo Canè

RIME IN PILLOLE (pagina 24)

Questa verrebbe da Zola Predosa:

A lèt a lèt a vóii andèr,
tótt i sànt a vóii ciamèr,
trì da có e trì da pì,
tótt i sànt i én mì fradì.
Al Sgnàur l’é al mì bàn pèder,
la Madóna la mì bóna mèder,
san Zvàn l’é al mi bàn parànt,
a spér d’andèr a lèt sicuramànt.
Sicuramànt ai andarò,
gnìnt’ed brótt am insugnarò,
se par g’gràzia an me livéss
l’anma mì a Dio a la làs
e a prégh l’Ànzel San Michél
ch’a la métta a salvaziàn,
sia bendàtta ‘st’uraziàn
e chi m’l’insgné.


***


Sàn-na un’àura a la Zartàusa;
sàn-na él dàu, a li ò sintó;
sàn-na él trài, i én arbató;
sàn-na él quàter a san Iàcom;
sàn-na él zéncv a san Iazént;
sàn-na él sì a san Matì;
sàn-na él sèt a san Iusèf;
sàn-na égli ót a san Iób;
sàn-na él nóv a san Pól;
sàn-na él dìs al Paradìs;
sàn-na égli óng’ a l’Uservànza
sàn-na él dàgg’ a la pórta Sànta.
Cuss’é mai tótti ‘st’égli àur?
Cuss’é mai tótt quànt ‘sti dé?
La Madóna l’à parturé,
parturé un bèl bambén
biànch e ràss e rizulén.
La Madóna l’ai dà la póppa
pò al le métt int una gróppia.
Con il latte di Maria
san Giuseppe in compagnia.

-
(Certi passaggi non sono sempre molto chiari!)
-
Paolo Canè

SECÀND I GÓST (n. 178)

"Di' só, cùm'éla a lèt tó muiér?"
"Mó? Ai é ch'in c'càrr bàn e ai é ch'in c'càrr mèl…"

EDUCAZIÀN 2 (n. 177)

Int una famàiia d'ignurantón, ai vén a d'snèr l'ambràus d'la fióla e lì las archmànda che tótt i c'càrren pulìd, sànza volgaritè. Int al silànzi generèl, al và incósa bàn pr'una mez'àura, po', quànd à la mèder ai càsca un piàt par tèra, al pèder l'à un scàt ed narvàus incontrolàbil e al sèlta só:

"Dì' só, cus'èt, al màn ed mérda?"
E al nón: "Da ch'la vì ch'a se c'càrr ed mérda, chi é ch'as é spazè al cùl coi mì calztén?".

LA RÉMMA 1 (n. 176)

A scóla al màster al d'mànda ai sù ragazù al nómm ed trài zitè chi finéssen par "-ul". As lìva in pì Dante, ch'al dìs: "Liverpùl".
"Béne".
E pò Fausto: "Istanbùl".
"Bràvo".
E pò Pirén: "Busdalcùl".

Alàura al màster a gli dìs:
"An l'ò mai sintó ch'la zitè lé. Sèt dìrum par chès dùvv'l'é?"
"Própi ed prezìs, an al so brìsa, mó l'an à brìsa d'èser dimóndi luntèna, parché quànd mi pèder al dìs ch'al và a bùs dal cùl, al sta vì póch!".

lunedì 22 settembre 2008

LA “ESSE” RACCONTA (parte 3)

TIPICI, chiamo così quei termini che sono tipici e rappresentativi del nostro modo di essere bolognesi. Purtroppo alcuni di essi sono già in via di sparizione, ma molti altri sono ancora vivi e vegeti. Diversi sono anche tradotti nel nostro italo-bolognese che comprendiamo solo noi. Sono parole che dovremmo cercare di conservare più a lungo possibile, poi sarà quel che sarà (italiano o peggio inglese o arabo!).
-
Sacàn-na, giacca (proveniente dal gergo)
Sàcch e Saràca, entrambi per definire un individuo magro (sàcch stlè=magrissimo!).
Saguaièr, sciacquare, ma per il bucato vale Arsintèr
Salghè, Salghén, la seliciata e chi la fa.
Salén-na, il sale fino, che a Bologna chiamiamo tutti “salina”
Sanmichél, trasloco (in passato avveniva nei due giorni dedicati al Santo)
Sandràn, persona sguaiata o malvestita (dalla maschera modenese)
Sanguàttla, sanguisuga, mignatta, ma anche persona molto svelta e sfuggevole.
Sàntel-Sàntla, padrino e madrina
Santificétur, spesso storpiato in Santavicéta, se è una donna che fa la santarellina
Saràf, chi fa il finto tonto
Sàrrel, sedano, (plur: Sérrel=gambe molto magre)
Sbagérla, persona da poco o donna poco seria
Sbagiózza, merce di poco valore
Sbalérz, storto, sbilenco, ma anche strabico (l’à un óc’ sbalérz)
Sbandéren, una moltitudine, ma anche persona irrequieta e sempre in moto
Sbarlucèr, guardare di nascosto, occhieggiare
Sbatrì ‘d màn, applausi
Sbiàvd, sbiadito, pallido
Sbindlón, penzoloni
Sbisachè e Sbruzè, una moltitudine (tascata e barrocciata)
Sblisghèr e Sguilèr, scivolare, ma il primo significava anche “sciare”
Sbózz, abilità nel fare, talento
Sbraghiràn-Sbraghiràn-na, ficcanaso, impiccione (lui e lei)
Sbrudaiàn, brodolone, chi si sporca mangiando
Sburd’lèr, scherzare, giocare anche di cani
Sburzigh’lén, pizzicore, formicolio, uzzolo
Sbutinfiàn-Sbutinfiàn-na, grassone, ciccione (lui e lei)
Scabóff, scappellotto
Scagàza, paura
Scàia, donna di malaffare
Scalestrè, mal in arnese (di cosa e di o persona)
Scarnécc’, persona piccola e soprattutto magra
Scavzarì (ed gàmb), tremore delle gambe per la paura
Scóffia, cuffia, ma anche cotta, innamoramento
Scudóz, coccio, ma anche apparecchio o macchina antiquata e malmessa
S’fón (meglio Sc’fón), scoffoni, calzerotti, voce gergale, ma simpatica! Insieme a Scialèti, detto di persona con spiccata pronuncia bolognese (non citato dal Mainoldi) sono forse le sole parole che si scrivono con la “sc-“. Per tutte le altre basta la “s”!
Sfrumblàn, persona che è sempre in giro o in viaggio
Sgablànt-Sgablànta, testimone di nozze (forse da “sgabello”)
Sgadézza, segatura (spesso usata nella parola “avàir al zarvèl pén ed scadézza”)
Sgaligén, persona elegante, spesso detto anche in modo ironico.
Sgaramóffla, forfora, ma ormai usato pochissimo
Sgarlatón, garretti, parte inferiore delle gambe (drì ai sgarlatón = molto vicino)
Sgavagnères, cavarsela
Sghéssa, grande fame
Sgranfgnót, graffio, parola simpatica come tutti i diminutivi in “-ót”
Sguazén, godimento, spesso usato anche per dire il contrario “un bèl sguazén!”
Sgudàvvel, persona poco simpatica e non incline allo scherzo
Sguéggn, scivoloso, flaccido, molliccio
Simitón, complimenti in genere falsi di chi ostenta di non volere ciò che vuole!
Sladinèr, rodare, ma ormai sostituito da Rudèr
Slapazócch, testone o austriaco (nell’800 erano la stessa cosa!)
Smalvén, svenimento
Smanàzz, agitazione, euforia
Smàs, palmo (unità approssimativa di misura)
Smincèr, andare forte
Sóii, fango (parola bellissima come Rósch=immondizia)
Soncamé, sicuro, certamente, interiezione ormai solo degli anziani
Spàgna, erba medica
Spanézz, generoso, ma più spesso detto ironicamente a un finto generoso
Sparadèl e Spuntéren, due parti della scarpa (fóra dal sparadèl= fuori luogo)
Spéppla, bambina vivace
Spianèr, indossare per la prima volta (nessuno a Bologna userebbe mai “rinnovare”!)
Spinèl, tubo per annaffiare
Spisài, getto proveniente da tale tubo o altra sorgente
Splàddga, tessuti connettivi della carne macellata, ma anche la “ciccia flaccida”
Spomèti, tipo azzimato e impomatato: cognomizzazione di un aggettivo ironico come Schicchiruti, chi beve troppo (qui non citato), il già nominato Scialèti, Bragalduti,ecc.
Spónt, il gusto acido del vino
Sprócch, rametto pungente, come anche Sprucài, Sprucaién riferiti a ragazze carine
Sprunèla, rotella per tagliare la pasta (per tortellini, lasagne, ecc.)
Spulvràz, polverone: tipica espressione petroniana (italo-bol: spolverazzo).
Spunciàn, oggetto puntuto, usato anche per vezzeggiare i bambini
Squaiarót, piccola quaglia, ma anche persona piccola di statura
Squàlla (in), all’erta, trovato anche scritto “quàlla” e “s quàlla”. Ormai raro.
Squaquarèla, dissenteria, come anche Squézz, Cagàtta, Cagarót e via… dissentendo!
Squizàn, chi non sa tenere i segreti, mentre Squizòt è uno dei tanti bei termini in -ót.
Squès (più usato al plurale Squèsi), false moine, atteggiarsi in maniera affettata.
Squèsi, per alcuni vale “quasi”, ma io ho sempre sentito dire Quèsi!
Squénzia, la donna che si dà delle arie.
Stabièr e Stlèr, tagliare con l’accetta, fracassare, oltre al bel detto “mègher stlè”.
Satiózz-Staiuzèr, ritaglio, tagliuzzare
Stànch e Drétt, non stanco e dritto, ma sinistro e destro (oggi ormai: Sinéster, Dèster)
Stecadànt, originale e primitivo per “stuzzicadenti” col plurale in Stecadént.
Stianchèr, rompere (stianchèr incósa, tipico bolognese per “rompere tutto!).
Stiàpa, natica, ma anche chi non è abile, come Bróch, Trésst, Sbuvazàn, ecc.
Stiatén, bellissimo per “spruzzo”, invariabile al plurale.
Stièr, lavandino di cucina: di chi ha tutto si dice “lulé l’à al césso e al stièr in cà!”
Stiópa, doppietta da caccia, al femminile, mentre Stióp è un normale fucile.
Strafugnèr, sgualcire, ma anche per affettuose effusioni
Stralanchè, sciancato (di persona), ma anche traballante di automezzo o altro
Strambóc’, errore grossolano nel parlare, come anche il citato Balàn (plur: Balón).
Strà-Stramèz, tra, fra: simili rispettivamente all’inglese “between” ed “among”, ma Trà, come l’italiano, è ormai usato anche da chi crede di parlare bene il dialetto!
Strangusèr, tossire, quasi affogarsi.
Strasinèr, bellissimo per “sciupare”,ma ormai i giovani non lo usano più, come anche
Strécch e Strézz, rispettivamente “difficile respirazione” e “irritazione cutanea”.
Stricàtt (pl: Strichétt), tipo di pasta a forma di farfalla (“stretti” al centro)
Striflèr, stritolare (specie tra la folla o in autobus), bello ma ormai al tramonto.
Stuchè, stoccata, cioè battuta o insinuazione velenosa.
Stupài, tappo e Stupaién, vezzeggiativo per un bimbo. Oggi c’è l’orrendo “Tàp”.
Sturnèl, uccello, ma si dice di uomo alto e prestante
Susinèl, idem come sopra, ma io ho sempre sentito Susanèl!
Suféstich, bellissimo e ormai raro per chi è di gusti difficili.
Sulfanèr, rigattiere, poiché una volta vendeva anche i fiammiferi (Sùlfen).
Suzizèr, verbo ormai raro per indicare chi pronuncia male la “s” (…a proposito di “s”!)
Svultères, coricarsi, ormai quasi del tutto scomparso a favore di “andèr a lèt”.
A questo proposito ricordo che, come in molti altri casi, c’è chi scrive e chi pronuncia “svultères” e chi “svultèrs”: una delle tante ambiguità poiché non ci sono regole!
-
(segue)
-
Paolo Canè

RIME IN PILLOLE (pagina 23)

Ecco una serie di ninne nanne e filastrocche:

Dirlindén-na pàn gratè,
mitìm a lèt ch’a sàn malè,
dèm un óv e una galén-na,
ch’a faràn la dirlindén-na.

***

Nàna ninàna,
chi fìla e chi dipàna,
chi fà di gumisì
chi lavàura con i pì.

***

Fà la nàna, fàla dànca,
al tó bàb pórta la cànca,
al la pórta só una spàla,
ch’al vól fèr una muràia,
al la pórta só un galàn,
ch’al vól fèr un muraiàn.

***

Fà la nàna la mi bèla,
l’é trài àur che màma brèva,
se la brèva l’à rasàn,
lì la v’révv ch’a fóssi bàn,
lì la v’révv ch’a féssi nàna,
fàla, só, pinén d’la màma.

***

Fà la nàna, fà ‘l nanén,
fà la nàna al mì fangén,
fà la nàna, fàla tótta,
fàla infén che màma é stóffa.
Fà la nàna, fàla pùr
ch’andaràn a lèt al bùr
con la lómm sànza stupén
fà la nàna al mì pinén.

***

Fà la nàna e fàla tótta,
fàla infén ch’la màma é stóffa,
fà nanén e fà cucù,ch’andaràn pò a lèt tótt dù.
-
Paolo Canè

AL CURÀG’ (n. 175)

Un cazadàur al cànta el sàu aventùr d'l'Àfrica:

"Una vólta sàul am la sàn véssta brótta" al dìs "Al fuséll l'éra vanzè in vàtta al càmion, mé ai éra a pì, disarmè, quànd ai sèlta fóra un leàn ch'als métt a córrum drì e mé vì 'd vulé vérs un àlber! Al stèva bèle par ciapèrum, quànd, par furtón-na, l'é sblisghè e acsé mé ai ò psó arapèrum só par l'àlber!"
"T'è avó un bèl curàg'" a gli dìs un amìgh "Mé al tó sìt am sarévv caghè adós".
"Parché, in vàtta a cósa cràddet ch'al sèppa sblisghè al leàn?".

ORGANIZAZIÀN (n. 174)

Un tìzio l'invìda un amìgh a fèr un'amucè: "Dài vén ch'as divartàn: i òmen i én tótt amìgh e el dón égli én un spetàquel!".

Al le cunvénz e i vàn int la cà d'ón, dùvv ai é una fèsta: i én tótt nùd e i dù is càzen in mèz à la móccia! Ogni tànt as sintèva a dìr: "Bisàggna organizères!" e dàpp un pó: "Bisàggna organizères!". L'éra l'invidè e l'amìgh a gli d'mànda:

"Ch'sa vùt dìr con organizères?"
"A vóii dìr che int un'àura ai ò tuchè apànna dàu tàtt, mó a l'ò bèle ciapè int al cùl trài vólt!".

AAAAAAGH !! (n. 173)

Un cazadàur bulgnàis ch'l'éra stè a càzia in Àfrica, al cuntèva ai amìgh una brótta aventùra:

"Ai éra da par mé int la forèsta e a sént móver el fóii, a prepèr al fuséll e infàti ai sèlta fóra un leàn, ch'am vén adós. A spàr, mó al fuséll al fà cilàcca. A tìr fóra la rivutèla, mó ànch quàlla la s'éra immuiè e la fé cilàcca. Alàura, d'sprè, a ciàp al mì curtèl, dezìs al tótt p'r'al tótt, quànd al leàn al fà un gràn sèlt e un gràn vérs AAAAAAGH!...e am sàn caghè adós…..".

"An fàgh brìsa fadìga a cràddri!", al dìs ón di amìgh e ló: "Nà, cus'èt capé? Am sàn caghè adós adès int al fèr AAAAAAGH!"

martedì 16 settembre 2008

LA “ESSE” RACCONTA (parte 2)

CAMPAGNOLI, chiamo così quei termini legati al mondo contadino (talvolta anche a quello artigiano dei muratori, ecc.) che in parte saranno ancor vivi in campagna, ma sconosciuti a noi cittadini e il mio bolognese è un dialetto di città.

Sàgguel, falce (quella grande era chiamata Fèr)
Sagramèr, spianare
Salvavén-na, grande imbuto (per il vino)
Sarasén, racimolo d’uva
Sarnèr, vento di maestrale (collegato forse a “rasserenare”?)
Sàuga, fune
Savurézzen, tipo di erba odorosa
Sbaldarì, frutte acerbe
Sbruchèr, potare (bróca = ramo)
Sburgadùra, ripulita delle piante
Scaparlè, colpo di mantello (caparèla = ferraiolo)
Scàvva, qualità di erba usata per le scope
Scavzadàura, macchina per la lavorazione della canapa
Scórria, frusta
Scucunèr, togliere il cuccume (pochi sanno cosa sia!)
Sculén-na, fossatello per lo scolo delle acque
Scurtàn, pezzo di campo di forma irregolare
Scuzèr, rompere le uova (così, dal romanesco, anche l’italiano “scocciare”, che da noi diventa Scucèr).
Sèvia, salvia, ma è più usato Sèlvia.
Sfratàn, Sfratunèr, Stablìr , attrezzo del muratore, levigare e intonacare.
Sfulàccia, buccia dell’uva
Sfundróii, posatura del vino
Sfurzén, cordicella
Sgaravlèr, rampollare
Sgarbàza, erbaccia (più usato nel significato di “pelle, pellaccia”)
Sgarzadùra, cardatura della lana
Sghérz, riccio delle castagne (da cui forse il diffuso cognome Sgarzi)
Sgrapót, graspo
Sinsalarì, senseria
Sivilén, piccolo chiodo del calzolaio
Slucadàura, macchina per la lavorazione dei cereali
Smalèr, togliere il mallo
S’mladàur, attrezzo per togliere il miele dai favi (mél = miele)
Smusticèr, pigiare l’uva
Sùma, soma (parola mai udita…tra le tante!)
Spèrz, Sparzén-na, asparago e asparago selvatico
Spanuciarì, mondare le pannocchie, più usato col significato di “chiacchierio”
Spigaróla, orzo selvatico
Spìzia, soglia, gradino di casa
Spulàtt, innesto (vedere dopo il plurale)
Spulinèrs, togliersi i pollini, parassiti dei polli.
Spunzóla, tipo di fungo
Squasèr, lavorare a fondo il terreno
S’santèr, mettere in fuga gli animali (??)
Stalàtt, piccola stalla per ovini
Stanziól, locale del fienile da dove si butta il foraggio
Starmìda (o Stermìda), suono di campane a stormo, nei casi di pericolo
Stìrpa, sterpi tagliati oltre ad altri significati
Stràm, erba secca per il letto del bestiame
Strópa, Strupèl, vimine per legare le fascine (forse origine del cognome Stroppa)
Suléi, al sole, cioè orientato ad est, ma io ho sempre sentito Sulàn (qui non citato)
Supiadùr, soffietto per attizzare il fuoco
Svidlèr, slattare i vitelli
Svinadùra, svinatura
-
(segue)
-
Paolo Canè