martedì 4 novembre 2008

3 x 7 = 21

La differenza tra la lingua e il dialetto non sta soltanto tra le diverse regole fonetiche, morfologiche e grammaticali, né sul fatto che in lingua tutto ciò è consolidato e regolato, mentre nel dialetto è approssimativo ed opinabile. La differenza sta anche nello spirito delle due parlate: l’italiano è in qualche modo solenne ed è parlato da persone più colte, mentre il dialetto (soprattutto il nostro), forse perché parlato da persone meno acculturate, è sempre ironico, pungente ed infarcito di proverbi, di modi di dire e di “formule espressive” condivise che, spesso, non vogliono significare nulla! Per le persone di scarsa cultura è molto facile, direi quasi indispensabile, ricorrere a frasi fatte, non certo perché manca la fantasia (quella c’è eccome!), ma perché i parlanti hanno maggiori difficoltà ad esprimere un concetto proprio, fatto all’istante, che possa rendere l’idea di ciò che vogliono dire. Dunque si ricorre al proverbio o al discorso “inutile”, quest’ultimo allo scopo di riempire il silenzio di chi trova difficoltà a proseguire, nonché di rendere il discorso, in qualche modo, più solenne e, nel caso dei bolognesi, più buffo, ironico e gradevole all’interlocutore.
Queste non sono caratteristiche esclusive del bolognese, ma particolarità più accentuate da noi che altrove: un modo di esprimersi che ci portiamo anche quando parliamo in italiano, ciò che rende la nostra parlata gradita a molti, se non a tutti.
Il bolognese è considerato simpatico, pacione ed allegro un po’ da tutti: non è vero, o almeno, non è sempre così, ma il nostro modo di parlare e di essere lo fa credere.
Ho notato che anche gli altri dialetti tendono spesso all’ironia, alla presa in giro e ad essere infiorati di proverbi, modi di dire e frasi fatte: evidentemente la medesima condizione di scarsità culturale produce gli stessi effetti dappertutto.
Nel corso delle mie (oziose) elucubrazioni su questa materia, ho fatto mille esempi su ciò che intendo dire. Ora farò un esempio di frase fatta ed inutile ancora abbastanza diffusa, anche se ormai assente dalla bocca dei giovani.
“Trì và a sèt ventión, un frànch e un sóld!”
Cosa significa? Significa “tre per sette, ventuno” e…nulla! Ma vediamo di fare l’analisi di questa formula, anzi, visto che essa è in via d’estinzione, facciamone… l’autopsia! È una frase che dice chi fa di conto, ma non per significare semplicemente che tre per sette faccia ventuno,quanto per ironizzare su un conteggio approssimativo o per dire qualcosa di buffo o per mascherare con la voce un conto mnemonico, prendendo tempo, con quella formula, prima di dare il risultato. Una cosa molto più facile da dire che da spiegare! È comunque una frase che merita qualche riflessione: la moltiplicazione, che in italiano fa “tre per sette”, in dialetto fa “trì và a sèt”, o almeno, lo faceva una volta (non mi si chieda perché!), mentre oggi si dice comunemente “trì par sèt”. Il “frànch” era la lira: esisteva anche “lìra” col suo plurale “lìr”, ma normalmente si usava “frànch”, invariato al singolare e al plurale, forse per influenza francese ed è questo uno dei motivi per cui alcuni, erroneamente, imparentavano il nostro dialetto con quella lingua. Infine il “sóld” (che al plurale significa ancora oggi “denaro”) era la moneta da 5 centesimi, come lo “scùd” era quella da 5 lire: due parole derivate dalla lingua (soldo e scudo). Per fare una lira occorrevano 20 soldi, ed ecco il significato della frase: 21 è una lira più un soldo!
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Paolo Canè

IL MONDO ARABO (E NON SOLO) NEL BOLOGNESE SCHERZOSO

A quanto pare agli Arabi non piace molto scherzare, specialmente su certi argomenti. Noi bolognesi invece scherziamo su tutto: fanti e santi! Sarà perché la lingua araba è povera di vocali finali, come il bolognese, che molti nomi riferiti a quei popoli si prestano a giochi di parole in dialetto; tuttavia non è una nostra esclusiva, infatti per i romani Alì (nome diffuso) si presta a dire: “a li mortacci….”, e per i ferraresi Gamal (località egiziana) a: “gà mal a una gàmba” (ha male a una gamba).
Del resto si è giocato anche in italiano con Amman (città giordana) “Rapina… a man armata” e con l’Aiatollah Komeini: “è… appollaiato là”. Da ragazzi abbiamo giocato sui (lunghissimi) nomi dei due filosofi arabi: Abu al-Walid Muhammad ibn Ahmad ibn Muhammad ibn Rushd e Abu Ali al-Husayn ibn Sina, da noi chiamati (per fortuna!) Averroè e Avicenna, dicendo: “vero è che si difendevano a vicen(d)a!”.
In bolognese si dice: “mó ché (quèl) d’Egétt”, quando s’intende una cosa improbabile o strana, e si dice anche in italiano. Come da sempre si è scherzato sull’Egira (la fuga di Maometto): “e gìra e frólla” (gira e frulla) o sul nome del famoso faraone egizio Tutankamen “tùt ànca mé?” (prendi anche me?) e ancora sul titolo di Khan (come il principe Karim, figlio dell’ Aga Khan): “fiól d’un Khan!” (figlio d’un cane).
Non è stato risparmiato nemmeno Allah: “al l’à in màn” (ce l’ha in mano), per tacere del noto personaggio dell’Ifigònia Allah ben Dùr, dallo sconcissimo significato.
In tempi non molto lontani si scherzava sul nome dell’uomo politico iraniano Mossadeq: “mó s’a déggh ed nà” (ma se dico di no!). E poi, durante la Guerra dei Sei Giorni, su Nàsser: “làur là i vólen murìr par nàser” (vogliono morire per… nascere), senza dimenticare la striscia di Gaza: “la gàza lèdra”.
E’ stata poi la volta dell’attore Omar Sharif: “am pèr che Sharif al fàga al saràf” (sembra che Sharif faccia lo gnorri). Più recentemente è stato il turno del leader palestinese Arafat; “l’arà fàt bàn? L’arà fàt mèl?”(Avrà fatto bene? Avrà fatto male?), poi di quelli egiziani Sadat:”an s’adata brìsa” (non si adatta) e Mubarak: “mu…barac e buratén!” (baracca e burattini).
Ancora più recentemente si sono presi in giro i Talebani: “T’al è bàn ciapè” (l’hai ben preso) e il terrorista, ricercato da tutti, Al Zarkawi, che per la verità si adatta più al ferrarese: “al zarcàvi dapartùt” (lo cercavo dappertutto).Quanto alle due fazioni che si stanno fronteggiando in Libano, Al Fatah e Hamas, noi potremmo dire: “Al fa tànta gatèra che quèsi quèsi a l’amaz!” (fa tanto baccano che quasi lo ammazzo!). Infine, sono cose di questi giorni, la vicenda del dittatore iracheno Saddam: “al so mé dùvv al s’à da métter” (so io dove si deve mettere) e il deputato israeliano Kazav (un nome, una garanzia!) sospettato di molestie sessuali: “Càza vì incósa (butta via tutto). Ma i bolognesi ne hanno una per tutti, anche per chi arabo non è, come il famoso regista americano Kazan: “al cazàn vì” (lo gettiamo via), l’ex presidente della nostra Repubblica Saragat e lo scienziato francese Ampère: “al sarà un gàt, mó a mé am pèr un càn” (sarà un gatto, ma a me pare un cane) e, per finire la lista (ma sarebbe ancora lunga…) il presidente americano Bush: “a s’é ràtt al bùs” (si è rotto l’autobus, …se non di peggio!).
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Paolo Canè

martedì 28 ottobre 2008

DUBBI, AMBIGUITA’ E DIATRIBE

Nella lingua italiana, benché consolidata e confermata da grammatiche e dizionari, persistono innumerevoli dubbi o ambiguità, che sono il sale delle infinite diatribe tra linguisti e che non hanno né fine, né soluzione: il più delle volte si finisce col dire che “così è corretto, ma si può dire anche… così”! Se ci sono dubbi nella lingua, figuriamoci nei dialetti, dove, nonostante la copiosa produzione che circola, non ci sono regole, poiché nessuno è mai stato incaricato di stabilirle ed ogni scrivente si è sempre arrangiato come poteva, magari ispirandosi in linea di massima ad un Autore, come nel caso del sottoscritto. In mancanza di una regola che stabilisca l’esatta grafia di una parola (etichettando perciò come “errore” qualsiasi grafia diversa), succede che ognuno è certo della propria pronuncia (o grafia) e ritiene che siano gli altri a sbagliare. E viceversa! È il caso delle seguenti parole che io ho spesso trovato scritte in un modo, ma che più spesso ho udito pronunciarle in un altro. Interpellare la mia maggior fonte d’informazione (mio padre) è servito soltanto a confermare… i dubbi, poiché, ovviamente, lui è convinto di essere nel giusto e che siano gli altri a sbagliare, poiché non “veri” bolognesi di città! In verità tutte le persone che io ho udito in vita mia confermano il parere di mio padre, tuttavia non mi sento in grado di dire quali siano le grafie corrette ed espongo i miei dubbi. Che restano.
PAESE: alcuni “informati”, forse più millantatori che studiosi, scrivono ancora oggi “paiàis”, tuttavia io ho sempre sentito dire “paàis” cioè senza la “i” centrale.
SPETTINATO/A: i dizionari consultati e alcun i altri scritti che mi sono capitati sotto mano dicono “sgramiè”, ma io ho sempre sentito dire ”sgramgnè”, cioè con la “gn”.
ANNEGARE-ANNEGARSI: idem come sopra. Le forme che trovo scritte dicono “anghèr-anghèrs”, mentre io ho sempre sentito dire (e detto io stesso) “andghèr-andghèrs”, cioè con la “d”, che è del tutto assente nella forma tosco-italiana.
MORIRE: tra le diverse e colorite forme esistenti ce n’è una che recita: “andèr al gabariót”, però io da sempre sento dire “gabariól”, con la “l” finale e non la “t”.
DARSI DELLE ARIE: la persona, specialmente giovane donna o bambina, che si dà delle arie per come è vestita, a Bologna diciamo che “si stima”, una forma riflessiva diversa da quella della lingua, da cui “stimlén-na”, benché io abbia sentito spesso dire “stimulén-na”, italianizzato in “stimolina”. In questo caso la forma con la “u” centrale potrebbe rappresentare la ritraduzione in dialetto di “stimolina”, perciò potrebbe essere valida la prima grafia, benché io l’abbia trovata sempre solo scritta e mai pronunciata. A questo proposito, mi viene in mente una curiosa offesa del tipo “ignurànt e pò stémmet”, come dire “ignorante e poi ringrazia perché ho detto poco!”.
MI HANNO DETTO, FATTO, ECC.: due varianti, la prima delle quali è “im génn, im fénn” e la seconda, molto usata dai parlanti, “ium génn, ium fénn”, con l’aggiunta di una “u”, probabilmente eufonica. Quale sarà la forma corretta? Chi è in grado di giudicare quale sia la forma cittadina e quella campagnola o quale sia la forma più antica e quella più moderna? Io no! Io continuo ad usare le forme che ho sempre usato, senza però essere così convinto come mio padre (e come tanti altri) che siano quelle giuste! E questi sono soltanto sei esempi delle centinaia di dubbi e varianti che affliggono la grafia e la pronuncia del dialetto.
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Paolo Canè

INT I SULDÈ (n. 193)

À la matén-na una fila ed suldè la mèrca visita pr'an fèr la mèrcia. Al caporèl ai pàsa tótt a ón a ón e i ufizièl i én tótt intàuren a séder.
"Té cus’èt?"
"Ai ò la fìvra".
"Róba da rédder: ànca mé ai ò la fìvra, ànch al capitàni e ànca al colonèl. Abile! E té cus'èt?"
"Ai ò mèl à la schén-na".
"Mèl da póch: a l'ò ànca mé, ànch al capitàni e ànch al colonèl. Abile! E té cus'èt?"
"Ai ò mèl à una gàmba".
"Tótt lé? Ai ò mèl a una gàmba ànca mé, ànch al capitàni e ànch al colonèl. Abile! E té?"
"Mé a l'ò ciapè int al cùl!"
"Ah, sè? Alàura té t'stè a cà!".

UNA SÌRA AL NÀIT (n. 192)

Al ragiunìr Stupazàn al pórta fóra só muièr par l'aniversèri dal matrimóni.
"Stasìra" la dìs lì "a vóii t'am pórta al nàit, ch'an i sàn mài stè".
"Al nàit? Mó an é mégga un sìt par zànt cómme nuèter!"
"L'é listàss: ànzi guèrda ai n'é ón própi qué!".

Ciapè à la spruvéssta al ragiunìr an pól brìsa dìr ed nà e i vàn dànter. Al guèrdaróba la sgnurén-na la dìs:
"Bonaséra ragiunìr!"
E la muiér: "La cgnósset té ch'la sgnurén-na lé?"
"Chi mé? Mé nà, l'am arà scambiè pr'un èter".
L'arìva al camarìr: "Bonaséra, ragiunìr, vólel al sólit tèvel?"
E la muiér: "Alàura it cgnóssen tótt qué!"
"Mó nà, at déggh ch'i se sbàglien con un èter!".

I màgnen e dàpp ai vén al spetàquel dal spogliarello; la balarén-na la se spóiia e, à la fén, la d'mànda al póbblich: "Ed chi él al reggipetto?" e al póbblich in còro: "Dal ragiunìr Stupazàn!". La muiér l'as lìva só, tótta incazè, e l'ai dìs una móccia ed buièt e pò vì ch'la và fóra. Al ragiunìr a gli córr drì, zarcànd una quàich scùsa, mó lì gnìnta: la ciàma un taxi, l'ai sèlta in vàtta e ló drì e la cunténnua a dìri del buièt. Al sèlta só al taxésta e al dìs:
"Óu, ragiunìr, dèl putèn ai n'avàn carghé tànti, mó inciónna catìva cumpàgn a quàssta!".

L’AMSTÌR ANTÌGH (n. 191)

La fióla, ch'l'éra andè a stuidièr in Inghiltèra, la tàurna a truvèr la famàiia. Tótt i vàn à l'areopórt e, quànd al s'avèrra al spurtèl, i vàdden la ragàza tótta f'té elegànta, con du càn al guinzài, con la zigaràtta int un buchén ed mèz méter, insàmma: la parèva un'artésta dal cìnema! Al pèder a gli d'mànda: "Mó cùmm fèt à avàir tótt 'sti sóld con al tó stipàndi?" e lì l'ai dìs, sànza vargàggna, che in Inghiltèra la fà la putèna! Apriti cielo! Al pèder, la mèder i fradì scandalizè: "Nuèter a t'avàn dè una bóna educaziàn,a t'avàn fàt studièr, a t'avàn mandè in Inghiltèra per parfezionèret e té t'at i méss a fèr la putèna?" I la bravénn tànt che, à un zért mumànt li la se stufé e la salté só: "Oh, adès bàsta! Insàmma, i sóld ch'a v'ò mandè par l'apartamànt, i sóld pr'al muturén ed mi fradèl, i sóld par la plézza ed mi surèla, i sóld par la màchina d'la màma, cardìv chi sèppen piuvó dal zil? I én tótt sóld ch'ai ò guadagnè acsé!". Alàura al pèder a gli d'mànda: "Cùss'èt détt che t'fè in Inghiltèra?" - "La putèna!" - "Eh, scùsum bàn sèt: chisà mài cus'avèva capé!".

RIME IN PILLOLE (pagina 31)

Una famosa battuta:il 20 novembre 1885 apparvero sul “Resto del Carlino” i seguenti versi, dovuti quasi certamente ad Alfredo Oriani, con lo scopo di canzonare le riunioni governative che si svolgevano nella villa di Mezzaratta (Osservanza) di Marco Minghetti, presidente del Consiglio ed esponente della Destra storica:

La strada del potere è mezzoritta
E mentre alcun la sale in mezz’oretta
La falange di Destra mezzarotta
È costretta a fermarsi a Mezzaratta.

Una volta che, tra gli illustri ospiti del Presidente Minghetti e di Donna Laura c’erano il principe Bernhard von Bulow, Quintino Sella, Ruggero Borghi e il filosofo Camillo de Meis, Oriani uscì con la seguente battuta che fece il giro di Bologna:

Ui n’era dl’inzegn ch’al dé a Mezzaratta!

(F.Raffaelli, I segreti di Bologna, 1992)

***

Questa canzoncina me la cantava mio zio Alberto, nei rari momenti di buon umore:

L’èter dé in via Rizòli,
l’éra lé pò vérs mezdé,
a incuntré un mócc’ ed ragazóli
ch’um parèva ed vàdder té:
am fé atàis pò a déss:” Rosina”
e una vàus l’um déss:”Cretino”
e una màn l’um slunghé un stiàf!
Sprucaién, sprucaién,
se mé a fóss un gumislén,
a v’révv stèr tótt quànt al dé
in bisàca avsén a té.


***

Il fruttivendolo Cucàgna, che vendeva diverse cose, tra le quali anche mezze mele (poiché aveva tolto la metà marcia), era molto popolare a Bologna e gridava:

“…i bì marón
(i én pió ch’i mìrz che né ch’ì bón!)”

***

Gioco di parole coi numeri:

Al sèt che agli ót ai vén un dutàur nóv
che al dìs che égli óng’ di pì égli én dàgg’!
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Paolo Canè

RIME IN PILLOLE (pagina 30)

La filatrice pigra, dice:

Lonedé a pérs la ràcca,( rocca= per filare)
Martedé an fé ‘ngàtta, (ne gutta = niente)
Mérquel a la zarché,
Zóbia a la truvé,
Vèner a l’inruché,
Sàbet am p’né la tèsta
parché D’màndga l’éra fèsta.


***

Filastrocca infinita:

L’é bàn vàira quàll ch’as dìs
che un parànt al n’é un amìgh,
un amìgh al n’é un parànt,
gnànch la tèra l’an é frumànt,
al frumànt al n’é la tèra
gnànch la pès l’an é la guèra,
gnànch la guèra l’an é la pès,
gnànch la stòppa l’an é bumbès,
al bumbès al n’é la stòppa,
gnànch al fùs al n’é la róca,
gnànch la róca l’an é al fùs,
gnànch la f’nèstra l’an é un bùs,
gnànch un bùs al n’é una f’nèstra,
gnànch al pàn al n’é la m’nèstra,
gnànch la m’nèstra l’an é al pàn,
gnànch al fraiól al n’é al manzól,
al manzól al n’é una vàca,
un badìl al n’é una zàpa,
una zàpa l’an é un badìl,
al màis d’agàst al n’é quàll d’avréll,
quàll d’avréll al n’é quàll d’agàst,
al vén biànch al n’é ch’al ràss,
al vén ràss al n’é ch’al biànch,
la strè l’an é brìsda un càmp,
un càmp al n’é brìsa una strè,
gnànch al piò al n’é un arè*
gnànch l’arè al n’é un piò:
…di’ mò té, che mé an in sò pió!


(* piò = vomere arè= aratro)

(dal Vocabolario del dialetto bolognese Santarini, 1991)

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Paolo Canè

martedì 21 ottobre 2008

IL CARATTERE DI BOLOGNA

Già, perché anche Bologna ha il suo carattere, come, del resto, lo ha ogni città. Sembra impossibile, eppure ogni città con decine o con centinaia di migliaia di abitanti, tra i quali pure ci sono buoni, cattivi, onesti, delinquenti, santi, navigatori, poeti e quant'altro, ha il proprio carattere! Ossia, pur nella diversità di ogni individuo che mantiene il proprio essere unico e diverso da tutti gli altri, anche i bolognesi hanno un carattere nel quale, chi più e chi meno, chi bene e chi male, ognuno di essi si riconosce o comunque sta al gioco.Il nostro è un carattere allegro. Ma non "allegro" perché raccontiamo barzellette o fischiettiamo per strada o perché non abbiamo pensieri: la nostra è un'allegria triste che potrei anche definire ironia. Francamente non so perché la città abbia questo tipo di carattere: forse per la nostra posizione geografica, forse perché anche nei periodi più bui, noi non siamo mai stati completamente a terra o comunque non più a terra di qualsiasi altra città o forse per la nostra storia. Una storia che è stata anche turbolenta, ma che si è sempre pacificamente snodata sotto la rassicurante ombra del Papa, come un fiume che abbia conosciuto secche e piene, ma che non abbia mai cessato di scorrere placido. Forse perché siamo appagati da tagliatelle e tortellini. Forse perché discendiamo dai saggi Etruschi. Forse perché, da un millennio a questa parte, la città è sempre stata pervasa da quell'aria spensierata di giovinezza, portata da studenti che provengono dalle più disparate città d'Europa. Forse per tutti questi motivi, forse per uno solo di questi o forse… per nessuno di essi, fatto sta che noi siamo fatti così e che abbiamo il nostro carattere comune di bolognesi. Un carattere che ci rende gradevoli a chi ci ama e sgradevoli a chi c'invidia! Ironici perché amiamo sdrammatizzare, preferiamo un sorriso, anche se amaro, piuttosto che un pianto o un lungo, barboso e pedante discorso serio. Ecco: la nostra è un'allegria che ha sempre un fondo amaro, come se fosse un voler dire cose serie col sorriso sulle labbra o dire stupidaggini, senza però crederci del tutto. Un modo di fare che si esprime attraverso una miriade di battute, di modi di dire, di proverbi noti a tutti, i quali sono stati raccolti dai più esimi cronisti e, molto più modestamente, anche dal sottoscritto. Un modo di fare che è il massimo per stare in compagnia: che cosa sarebbe una serata a cena con gli amici, se tutti facessero solo discorsi seri? Un funerale! Un modo di fare, però, che, se fosse sempre e solo scherzoso, finirebbe per stancare. Un modo di fare magistralmente descritto da colui che disse: "Il bolognese non è troppo bonario, ma nemmeno cattivo: il suo modo di scherzare è come un cagnolino che ti morde i garretti!". Siamo così. Forse un po' troppo superficiali, forse non così ospitali come sembriamo, poiché lasciamo entrare gli altri nelle nostre cose "fino ad un certo punto", ma in fondo sostanzialmente pacifici, tanto che, se non ci fossero forestieri di vario tipo, a Bologna avremmo un numero insignificante di infrazioni alle leggi!Per dare un'idea del nostro carattere, potrei fare migliaia di esempi, ma mi limiterò a fare solo questo: se si chiede a un cinquantenne bolognese quanti anni abbia, egli risponderà "A sàn pió atàis ai trànta che ai vént!" (sono più prossimo ai trenta che ai venti). Ciò che strappa immediatamente un sorriso, ma, a pensarci bene è vero e anche un po' triste!
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Paolo Canè

LA TRADUZIÀN (n. 190)

Un carabinìr napoletàn al córr drì a un lèder bulgnàis e a gli svérsla drì:

"Se te chiappe…" alàura al bulgnàis als vólta e al tradùs: "Trì cùl e mèz!"

ABITÙDIN ED ZITÈ (n. 189)

Piràn al n'éra mài stè in zitè e, quànd Andrìcco al turné dal só prémm viàz in zitè, a gli fé l'interogatóri:

"Alàura, dìm cùss fèla la zànt in zitè?"
"L'é tótt difarànt che da nuèter: i àn del cà col zardén e con tótti el cumditè, però, t'an i cardarè brìsa, làur i màgnen fóra e i chèghen in cà!".

UNA BATUDA ED BRUNO LANZARÉN (n. 188)

"Ch'sa's dèl ai brèv ragazù?"
"L'Euchessina".
"E a chì catìv?"
"Ch'i spénzen!"

AL CÉSSO D’ÓR (n. 187)

Al maré al gé a só muiér:
"Incù ai é l'inauguraziàn d'la birerì nóva ch'i àn avért qué sàtta: a vàgh a vàdder e pò, s'lé un bèl sìt, at i acumpàgn ànca té".

L'andé zà, mó bàvv una bérra e bàvv'n un'ètra al ciapé una gràn bàla! Al turné só e al gé con só muiér:
"St'e v'déss che blàzza d'un sìt! Ai é tótt i tavlén e tótti el scràn nóvi, un bèl bànch par sarvìr da bàvver, ai é l'urchèstra dal vìv e pò, pànsa, ai é infén i césso d'ór!"
"Mó và là, i césso d'ór!"
"At dégg ed sé: ai ò b'vó, mó a sò quàll ch'a dégg!"
"Bàn, a vóii andèr a vàdder!".

La matén-na dàpp la va zà e la c'càrr col padràn, l'ai fà i cumplimént pr'al lochèl e l'ai d'mànda:
"Él vàira ch'avì ànch l'urchèstra e adiritùra i césso d'ór?".
Al ché al padràn as vólta e al dìs: "Di' só, Màrio, ai ò truvè chi é stè ch'l'imbezéll che iersìra l'à caghè int al trumbàn!".

RIME IN PILLOLE (pagina 29)

Filosofia spicciola…:

Chi lavàura và in malàura,
chi n’lavàura tànt i và:
l’é po méii an lavurèr
se in malàura s’à d’andèr!


***

I giorni per andare “a morosa”:

Lonedé i furiùs,
martedì i vìr ambrùs,
mérquel i galànt,
giovedé i marcànt,
vèner i starión,
sàbet i cuntadén,
d’màndga i pió minción!

La Mulinarèla:

Chi t’à fàt ch’i bì pidén?
Am i à fàt la mulinarèla.
Póvra Lisa bèla
nessuno ti sposerà
Mulinarella prilla,
prilla la prilla,
la prilla e mi vol ben.


Chi t’à fàt ch’i bì gambén…
…ch’i bì z’nucén, ecc,


6 gennaio:

L’Epifanì
tótti el fèst l’a li pórta vì,
l’a li sèra int una scàtla
e l’an i avèrra che par Pàsqua,
mó ai vén pò ch’al màt ed Caranvèl
che quaichdónna a li fà fèr.

Prova d’amore:

Érba ed Sant’Ambràus
la brùsa cùmm fà al sàul
la brùsa cùmm fà al làggn
se al mi ‘mbràus am vól bànai à da vanzèr al sàggn.

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Paolo Canè

RIME IN PILLOLE (pagina 28)

Quando si lavavano i panni col sapone, si sbiancavano con la cenere e si strizzavano col bastone! Pregiera a Sant’Antonio e varie conte di fanciulli:

La bèla lavandarén-na
la lèva trài vólt al dé:
a la sìra e a la matén-na
e int l’àura dal mezdé.
E con d’la bóna zànder
e con dal bàn savàn,
la fórza l’an i amànca,
l’adróva un bàn bastàn.

***

Sant’Antóni dal campanén
an i é pàn e an i é vén,
an i é fàs int al granèr,
la pisàn l’é da paghèr
Sant’Antóni, v’gnìs a ‘iutèr!

***

La bèla vilèna
la piànta la fèva
quànd a la piànta,
la piànta così,
l’adàqua così,
la zàpa così,
la vólta così,
la bàt così,
l’arbàt così, ecc.

***

Péssa pisèla,
colora si bèla,
colora si fina,
per santa Martina,
la bèla Pulinèla,
và só par la schèla,
schèla scalàn,
la pànna dal pavàn,
la scatola del mare,
la bella città,
re, figlio di un re,
metti dentro questo pèche ti tocca a te!
-
Paolo Canè

martedì 14 ottobre 2008

AL RÀ D’LA FORÈSTA (n. 186)

Al leàn l'avèva ciamè a capéttol tótti el bìsti d'la forèsta e al scrivèva tótt i nómm in vàtta a un fóii:
"Cùmm'at ciàmet té?"
"Giràfa".
"Và bàn, mé, s'a vóii, at màgn! E té?"
"Mé a sàn la gazèla".
"Và bàn, mé, s'a vóii, at màgn! E tè?"

E al badèva a interoghèr tótti el bìsti, a scrìver i nómm in vàtta al fóii e a dìri che ló, s'al vlèva, a li magnèva tótti, fén ch'l'arivé a un simiàn:
"Cùmm'at ciàmet té?"
"Mé a sàn al gorìlla".
"Và bàn, mé, s'a vóii, at màgn!"
"E mé at càz int al cùl".
E ló svèlt: "...e me at scanzèl!"

QUESTIÀN ED STIL (n. 185)

Un baràn l'avèva asónt da póch un segretèri un pó gràzz. Un dé ai sàn-na al teléfon:
"Pronti?"
"Pronti, i él al baràn?"
"Nà, l'é al césso!" e al métt zà.

Alàura l'amìgh al gé al baràn:
"Al tó segretèri al m'à arspóst acsé e acsé: fén ch'a sàn mé, và bàn, mó pr'ì furastìr l'é méi che t'l'istruéssa!"
"T'è rasàn" e al ciamé al segretèri: "T'an è brìsa da dìr s'a sàn o nà al césso: t'è da dìr che mé a sàn in riuniàn!".

Un dé ai arìva un'ètra telefonè:
"I él al sgnàur baràn?!"
"Nà, l'é in riuniàn".
"Arèl ànch dimóndi?"
"An cràdd brìsa, parché l'é andè vì ch'al scurzèva bèle!".

ABITÙIDIN (n. 184)

"Di' só, ch'al ninén t'è cumprè al tén-net in cà con té?"
"Mé sè, parché?"
"Bàn mó cùmm fèt par la pózza?"
"Va là ch'al s'abituarà ànca ló!"

LA PÀMPA (n. 183)

Dù amigh atàis al fiómm:

- Vàddet quàlla? L'é una pàmpa idròfoba!
- Infàti, mé a cà ai ò una càgna idròvora!
- Và bàn: mé am sarò sbagliè, mó té t'i un èsen!

LA PIETRA DI BOLOGNA

Si può vivere un’intera vita a Bologna, senza conoscere la famosa “Pietra di Bologna”, altrimenti detta anche “L’enigma di Aelia Laelia Crispis”!
L’unica consolazione è la certezza che non sono il solo bolognese a non aver mai sentito parlare di ciò, anzi credo proprio che questa sia una cosa nota a pochissimi. Ma vediamo di che cosa si tratta. Dico subito che si tratta di una pietra, una lapide rettangolare con la seguente iscrizione, che qui sotto riporto nella versione originale latina con a lato la traduzione italiana. Il motivo della sua divisione in due parti lo chiarirò più avanti:



« D M

Aelia Laelia Crispis
Nec uir nec mulier nec androgyna
Nec puella nec iuuenis nec anus
Nec casta nec meretrix nec pudica
sed omnia sublata
Neque fame neque ferro neque ueneno
Sed omnibus
Nec coelo nec aquis nec terris
Sed ubique iacet
Lucius agatho priscius
Nec maritus nec amator nec necessarius
Neque moerens neque gaudens neque flens
Hanc nec molem nec pyramidem nec sepulchrum
Sed omnia
Scit et nescit cui posuerit
»



« D.M.

Aelia Laelia Crispis (Elia Lelia Crispi)
né uomo ne donna, né androgino
né bambina, né giovane, né vecchia
né casta, né meretrice, né pudica
ma tutto questo insieme.
Uccisa né dalla fame, né dal ferro, né dal veleno,
ma da tutte queste cose insieme.
Né in cielo, né nell'acqua, né in terra,
ma ovunque giace,
Lucio Agatho Priscius (Lucio Agatone Prisco)
né marito, né amante, né parente,
né triste, né lieto, né piangente,
questa / né mole, né piramide, né sepoltura,
ma tutto questo insieme
sa e non sa a chi è dedicato.
»



« Hoc est sepulchrum intus cadaver non habens
Hoc est cadaver sepulchrum extra non habens
Sed cadaver idem est et sepulchrum sibi »



« Questo è un sepolcro che non contiene alcuna salma
Questa è una salma non contenuta in alcun sepolcro
ma la salma e il sepolcro sono la stessa cosa »







Iscrizione che si trovava almeno fin dal XVI secolo su una parete del cosiddetto Complesso di Santa Maria di Casaralta (Bologna) che era di proprietà dei Volta, la famiglia di quel Camillo che fu l’ultimo Gran Maestro dei Frati Gaudenti.

Il Complesso era infatti stato eretto nel XIII secolo con la funzione di priorato dell’Ordine Cavalleresco di questi Frati.

Si tratterebbe in sostanza di una falsa iscrizione funeraria dedicata da un immaginario Lucius Agatho Priscius (in italiano: Lucio Agatone Prisco) ad una misteriosa Aelia Laelia Crispis (in italiano: Elia Lelia Crispi).

Le lettere iniziali D.M. hanno un significato sia cristiano (Domine Maximo, cioè rendiamo grazie a Dio), che pagano (Dis Manibus, cioè agli Dei Mani): a ciò si era indotti a pensare nel clima di riscoperta dei classici, tipico dell’Umanesimo.


Ne parlò per primo, in un documento del XVI secolo (1567), l’erudito belga Giovanni Torre (probabilmente Jaen Tours), che era ospite a Casaralta di Marcantonio Volta e che ne inviò il testo ad un collega inglese. Da allora furono parecchi gli ospiti dei Volta che citarono la curiosa iscrizione, che si trovava sul muro della chiesa, accanto alla villa. In quegli anni (1550) il Complesso diventò commenda e fu assegnato ad Achille Volta (allora Gran Maestro dei Gaudenti) il quale provvide ad ampliarlo e a dotarlo di particolari misteriosi, come un caminetto fatto in forma di enorme maschera, la cui bocca di tre metri costituiva il piano di fuoco, un dipinto riproducente un rinoceronte con la scritta in spagnolo “No vuelo sin vincer” (Non volo senza vincere), un bassorilievo di marmo con sotto la misteriosa scritta“Asotus XXX”e altre stravaganze. Dopo lo scioglimento dell’ordine (1589, col citato Gran Maestro Camillo Volta), il Complesso fu affidato da Papa Sisto V al Collegio di Montalto, anche se la famiglia Volta ebbe il privilegio di continuare ad usufruirne. Nel XVII il senatore Achille Volta, omonimo del suo avo, fece ricopiare il testo, divenuto illeggibile, su una nuova lapide in marmo rosso ed è questa che oggi viene detta “Pietra di Bologna”, quella attualmente conservata presso il lapidario del Castellaccio del Museo Civico Medievale che ha sede a palazzo Ghislardi-Fava, insieme ad un’altra piccola lapide che ricorda questa nuova trascrizione. Va detto inoltre che la lapide uscì indenne da un bombardamento aereo del 1943, che distrusse in parte il Complesso, e che fu restaurata nel 1988. C’è da dire infine che il rifacimento di Achille Volta manca di tre versi i quali invece comparivano nella versione originale e che io ho qui riportato a seguito dei 16 della prima parte del testo.

Quanto al significato ed alle interpretazioni di questa scritta…c’è da discutere!
Certo è uno dei misteri più noti (benché misconosciuto ai più) della Bologna esoterica: si tratta di una delle tante iscrizioni misteriose, immersa in un contesto architettonico pure misterioso che alimentano l’inesauribile fantasia degli uomini. Così d’acchito, tanto per restare a Bologna, mi viene in mente la lapide di San Procolo oppure, tanto per stare in Italia, il misterioso significato del castello federiciano di Castel del Monte, ma sono tanti e tanti gli oggetti e i luoghi che hanno scatenato superstizioni e fantasie, specie nei tempi passati, quando tutti erano disposti a credere a tutto!

E’ un testo che potrebbe essere stato concepito in un clima da cenacolo umanistico, in qualche modo vicino a tutto ciò che è mistero, allegoria ed esoterismo. Secondo lo studioso Richard White (ma anche secondo la studiosa Maria Luisa Bellelli), gli ultimi tre versi sarebbero la traduzione di un epigramma attribuito all’autore greco del VI sec. a.C. Agatia lo Scolastico, che fu poi latinizzato da Decimo Magno Ausonio ed infine riportato dal Poliziano. In ogni caso il “Mistero di Aelia Laelia Crispis” ha sempre suscitato interesse e curiosità, specie in ambito alchemico.

Lo stesso White ipotizzò la figura di Niobe (XVI sec.), lo scienziato bolognese Ulisse Aldrovandi, una delle amadriadi, le ninfe delle querce (XVI sec.) e Michelangelo Mari l’acqua piovana (XVI sec.). E’ poi inevitabile che a certe cose venga data anche troppa importanza: il letterato e gesuita torinese Emanuele Tesauro (XVII sec.), ebbe a dire che la lapide “sarebbe bastata da sola alla fama di Bologna” e lo storiografo Calindri (XIX sec.) analogamente affermò che “celebre ed insigne sarebbe stata Bologna se altro ancora non avesse avuto e contenuto in se stessa, che questa enigmatica lapide”. Direi…un poco esagerati! Comunque l’argomento fu ripreso anche da Carl Gustav Jung, da Gerard de Nerval, che citò Aelia Laelia nei suoi due racconti Pandora e Le Comte de St. Germain ed anche da Walter Scott.: tutti evidentemente attratti dal sottile fascino di questa lapide.

E’ la vana ricerca d’una soluzione improbabile che ha scatenato la fantasia d’illustri pensatori, eruditi, storici, intellettuali e soprattutto cultori d’esoterismo e di alchimia.


Numerose e controverse sono state, nel tempo, le ipotesi d’interpretazione, come del resto è accaduto per molti altri “misteri” come quello del celebre quadrato magico del Sator, iscrizione che si trova sul muro del duomo di Siena, leggibile in tutti i sensi, dal significato sibillino di “Il seminatore del campo tiene le ruote dell’opera”, che in fondo significa tutto e niente:

S A T O R

A R E P O

T E N E T

O P E R A

R O T A S


Ma oggi che siamo più disincantati, si è più propensi a credere che l’Aelia Laelia non sia altro che un gioco umanistico, uno scherzo antico, un raffinato gioco verbale, un virtuosismo fine a se stesso, un’invenzione erudita per fare impazzire i posteri. Per alcuni richiama alla memoria le statue del famoso Parco dei Mostri di Bomarzo (VT), per altri è invece un’importante verità esoterica, un principio d’arte ermetica, messa sotto forma di arcano: c’è perfino chi è arrivato ad affermare che, interpretando quel testo, si potrebbe addirittura arrivare a sintetizzare la famosa Pietra Filosofale, cioè al sospirato compimento della Grande Opera Alchemica, nel qual caso Aelia Laelia rappresenterebbe la cosiddetta Materia Prima, cioè lo stadio iniziale e ogni successione di termini, ciascuno che nega il precedente, sarebbe l’evoluzione attraverso la trasmutazione…ma qui entriamo nel difficile, perciò lascio perdere!


Ma se fosse vera questa ipotesi, si potrebbe dedurre che l’Ordine dei Frati Gaudenti costituisse una sorta di setta segreta, addetta ai misteri esoterici, come del resto fu ipotizzato per i Templari, ordine per molti versi affine, ma ho già detto che era abbastanza facile in passato credere possibile l’impossibile e magico l’incomprensibile! In ogni caso c’è da dire che l’esempio della Pietra di Bologna non è unico, infatti la stessa iscrizione appare anche nel Palazzo San Bonifico di Padova, nel castello dei Principi di Condé a Chantilly in Francia e in una lapide conservata nel museo di Beauvais, capitale dell’Oise francese.


Paolo Canè