martedì 13 gennaio 2009
AUTORI BOLOGNESI
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:15:00 0 commenti
Argomento: Personaggi
RIME IN PILLOLE (pagina 54)
Ch’al la fàzza finé, signor Pettronio,
che se mi fa le ghittole anche un poco
lo vedrà lui se, corpo del demonio,
non gli fa al Sumarén un brutto gioco.
Ma credde lei che me sia uno scioco
da lasciarmi insultar da Marco e Antonio?
Al se sbaglia d’la grossa e, al primo loco
che mé a l’incócc’, ci sfondo il patrimonio,
tirandoci un panetto così giusto
da strazèri la plùs ed rigadén
e squizèri il cappello con il fusto…
Vil servo della gleba! Màgna sóii!
Te che scrivi “Pettronio” con due “ti”
con io t’è al curàg’ d’avàir dl’argóii?
La poesia bolognese, di moda a fine secolo, pur essendo una novità per i giornali, non era mai andata molto oltre le “zirudèl”, componimenti d’occasione, spesso in rima baciata e di contenuto comico e leggero, di cui abbiamo centinaia di esempi, ma mi sono prefisso di escluderli da questa raccolta. Il sonetto, pure esistendo da secoli, aveva qualche amatore soltanto tra le classi colte. Balanzone per far ridere aveva bisogno di lunghe tirate. Le “narcisate”, dal metro complicato, dovevano essere cantate e perciò Ehi ch’al scusa si volle cimentare con qualcosa di più serio, come questi versi di Raffaele Bonzi, 1° luglio 1883:
Quànd am sént scunsulè, mé a pàns a té,
ai cavì biónnd, ai ùc’ culàur dal mèr,
a pàns a quàll t’um gèv in ch’i bì dé:
“Vùt dìr che al nóstr’amàur pósa durèr?”
Versi indirizzati ad una donna (come questi) o alla “cara Bulgnàza” nome inventato da Testoni, soprattutto per motivi di rima, di cui ecco i primi esempi del 1877:
Vìva dànca al dialàtt! E invézi a avàn la fàza
int la nóstra zitè, int la nóstra Bulgnàza
d’mustrèr i dént al c’càrrer di nùster vìc’. Parcósa?
***
…Ànch pùch minùd ‘d ‘sta gnóla e a sàn a cà!
Guèrda, guèrda: San Lócca ch’las vàdd méii,
la Tàrr di Asnì, la Tàrr…guardèla là!
O Dio Sgnàur, an so gnànch pió quàll ch’am fàza.
Sént sàtta la tetòia che sgumbéii…
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:12:00 0 commenti
Argomento: Rime in pillole
RIME IN PILLOLE (pagina 53)
Dàpp ch’al s’é farmè a lèzer e l’à imparè
che ai quàtr’ed giàmber al nàs un giurnèl nóv,
al pól tirèr inànz par la só strè.
E diventò tanto popolare che bastava incollare sui muri quest’avviso, perché tutti capissero che si trattava di Ehi, ch’al scùsa:
Ehi, bulgnìs,
v’dìv ‘st avìs?
D’màn al dìs,
Sàggna intìs?
***
Ecco ora un “botta e risposta” apparso sul “Somarino” del dicembre 1881 tra certo Petronio Stanga (ruscarolo) e il suo “cav. Somaro”. Sono gustosi gli strafalcioni:
Sonetto
O vipera crodel d’un Somarrino
che latri contro me nel Ehi ch’al scusa,
sapi ch’io son monicipal spazino
e me ne frego se un somarro al brùsa.
Vergognati quatrupede asassino
che vieni sempre a darmi qualche achusa
e creddi spaventèrum, povverino,
che ti creddi la testa di Medusa.
Sgnàur sé, frusto le braghe e gli altri pagni
a chavar l’erba da Senzalimónte.*
Io la cavo, sgnàur sé, ma tu la magni.
Sei più peggio di me, brótta spurchézzia:
io spazo col sodor dela mia fronte
e tu fai per Bologna l’immondezzia.
(* la seliciata di San Giovanni in Monte)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:09:00 0 commenti
Argomento: Rime in pillole
martedì 6 gennaio 2009
AL MÈZ AMÌGH (n. 235)
"Ch'sa farésset té st'incuntréss al giaguàro?"
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 11:50:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
I TRI ESPLORADÙR (n. 234)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 11:41:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
AL PITARÉN DAL FRÀDD (n. 233)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 11:35:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
LA FELIZITÈ (n. 232)
"Té cumm'it mórt?"
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 11:34:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
LA FLÈVIA E ALTRE STORIE
Gli autori del libro hanno in seguito rinnegato il lavoro, ma io convocai un gruppo di amici nel 2004 per festeggiare l’80° anniversario dell’evento e nell’occasione distribuii una versione dialettale ancora migliorata (almeno nelle intenzioni) e corredata da una traduzione rimata in italiano. Il tutto recitato pubblicamente, dopo avere invitato ad uscire dalla sala coloro che non se la sentivano di ascoltarla!
Non voglio riportarla in questa sede, presumendo che ognuno sappia di che cosa si tratti, ma non posso fare a meno di notare come, dopo ben 83 anni, il suo linguaggio (discutibile finché si vuole) sia rimasto straordinariamente simile a quello attuale! Eppure scrittori coevi ed altri posteriori hanno usato un linguaggio antico e in buona parte ormai superato, a parte ovviamente la grafia che è certamente cambiata: specie dopo l’opera di Menarini (quello vero!), presumo che Pezzoli abbia adottato quella in uso allora. Rileggendo “La Flèvia”, sono pochi i termini obsoleti. Vediamone alcuni.
Sono decine i sinonimi usati per descrivere organi e pratiche relativi al sesso: Pezzoli ne ha usati molti e molti sono ancora vivi oggi, ma credo che “La Flèvia” abbia, in un certo senso, fatto scuola, poiché alcuni di essi, poco usati in seguito, non fanno parte dei dizionari più datati, ma vengono citati in quelli più moderni, o comunque in quelli che hanno creduto bene di riportarli, in omaggio alla famosa “zirudèla”.
Si tratta di “bistichén” per definire una bella ragazza, di “zibóri” (termine leggermente blasfemo) e “pustràn” per definire il “didietro” (specialmente femminile) e “arblàn” per una nota parte anatomica maschile. Quanto ad altri termini, qui usati con un significato ben definito, sono tuttora validi (anche se piuttosto obsoleti) in fatto di foruncoli: “v’gnìr a có”, cioè venire a suppurazione e “fèr matéria”, cioè produrre pus.
Sempre sullo stesso tema, c’è “vóiia ed lumèga”, espressione ancora abbastanza viva (ma in modo scherzoso) per indicare chi non è particolarmente ben dotato! E sempre a proposito di lumache, aggiungo io che sono ancora in voga altri due detti: “ans pól brìsa fèr nóz con del lumègh” (non si fanno grandi cose con poco a disposizione) e “và par la tó lumèga” (va’ per i fatti tuoi), difficile da spiegare, anche se lumèga era la “faccia”! Da notare l’uso dei verbi “t’rèr” e “t’gnìr”. Il primo ancora usato nei casi come “l’ai t’ré un’ucè” (gli diede un’occhiata) o anche “t’rèr fóra” (vomitare), ma per il resto si usa comunemente “tirèr”. Il secondo è modo antico di dire: “am téggn fèr” (mi debbo fare), che oggi si rende con “am ò(am sàn)da fèr”, “ai ò bisàggn ed fèr”, ecc. Altri termini come “inspirtè” (spiritato) e “infiasàn” (gonfiore) sono teoricamente ancora validi, poiché non ne esistono altri (a parte il diffuso “gunfiàur”), ma non si sentono quasi più, se non da parte dei…soliti noti!
A proposito di costoro, la “zirudèla” contiene altre parole ormai scomparse, come “cuzidrèla” o “cunzedrèla” (culla, porte-enfant), “baióca” (antica moneta che si metteva sull’ombelico dei neonati) ed anche l’espressione “mód e manìra” che Pezzoli usa per motivi di metrica, ma che molti continuano ad ostentare, quando nel dialetto di oggi è inutile ripetizione, dato che o si dice “mód” o si dice “manìra”! Infine la bella espressione “póchi tàni” (poche chiacchiere), ancora vivissima nel detto “sànza stèr a fèr tànti tàni” (non dilungarsi in parole o smancerie), dove la parola “tàni” significa “litanie” ed è una delle tante parole che il popolino ha preso dal rito della Messa; il già citato “zibóri” (ciborio) e molte altre che non figurano nella “Flèvia”, ma che si sentono ancora in giro: “santavicéta” (da “santificetur”, la santarellina, finta innocente), “chirién” (da “kiryeleison)”, chi è vestito con abiti troppo stretti), “ciarghén” e “ciàrrga” (chierichetto e chierica, la prima parola indica chi veste in modo azzimato, la seconda è l’incipiente “pelata” dei calvi) ed altro. Il dialetto è ricchissimo di termini, in gran parte ironici, che i bolognesi usano per rendere il discorso più buffo o iperbolico, perché così è il loro (il nostro) carattere. Si tratta di sinonimi, di similitudini e di esagerazioni che fanno parte dell’essere bolognesi. L’importante è che tali termini (insieme ad altre espressioni antiche) non vengano usati troppo spesso, altrimenti finiscono per diventare stucchevoli. Alcuni di questi termini sono conosciuti un po’ da tutti, altri sono vere e proprie invenzioni di singoli individui, usate da pochi o in ambienti molto ristretti. C’è tuttavia chi ne fa un uso esagerato: un esempio per tutti è il vecchio “siché dànca” (sicché, dunque) che già mio nonno non usava più, in quanto, da allora, si è sempre detto o “siché” o “dànca”! Frasi che ai più, specie ai giovani, si dovrebbero spiegare, dunque che gusto c’è a dire cose che gli altri, in buona parte, non capiscono?
Queste (ad altre) sono anticaglie che, chi vuol bene a Bologna e al suo dialetto, dovrebbe conoscere, ma dovrebbe usare raramente o mai, poiché in tal modo non solo si negherebbe la naturale evoluzione della nostra parlata, ma la si ridurrebbe al ruolo di “fenomeno da baraccone”, anziché a quello di mezzo di comunicazione.Tutto ciò lo avrebbe certamente condiviso Pezzoli, il quale non ha usato termini antichi, ma termini del suo tempo, che non è tanto lontano, poiché sono quasi tutti ancora validi oggi!
Paolo Canè
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 11:11:00 3 commenti
Argomento: Dialetto
RIME IN PILLOLE (pagina 52)
La sgnàura Marién-na ed Strà Mazàur
L’é arméssa purassè, l’é grasutén-na;
in fàza l’é cuntànta e ‘d bàn umàur
e, bàn che la statùra séppa cén-na,
la cmànda in cà só cómm’un Priàur.
La pórta, s’ai badè, nàigra la f’tén-na
e sàtta l’à él calzàtt, nàigri ànca làur,
in spàla, quànd l’é a spàs, l’à la mantlén-na
e in tèsta l’à un caplàz dal stàss culàur.
In quànt ai su prinzéppi, l’é santòcia:
ai piès la cumpagnì ‘d Sàn Vinzinzén
che, quànd l’é insàmm a làur, lì la fà sbòcia.
La scócia con del prèdich i inquilén
strà i quèl, s’ai é un martóff, li al l’adócia
par vàdder pùr ‘d sgurèri on pó ed quatrén.
Il Dottor Balanzone, nel giovedì grasso del 1871, firma queste rime su un giornaletto che porta lo stesso nome della secentesca maschera bolognese:
La zóbia l’é gràsa,
Bulàggna ànca lì,
ch’as fàga màn bàsa
par stèr in al’grì.
La vétta l’é bèla
in mèz ai piasìr:
stra’l sùgh ed canèla
ans pànsa a l’avgnìr.
Fàn dànca baldória
ch’a sàn ‘d Caranvèl,
andàn tótt in glória
ch’l’é al chèp esenzièl.
La zóbia l’é gràsa,
Bulàggna ànca lì,
urlàn tótt in màsa:
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 11:07:00 0 commenti
Argomento: Rime in pillole
RIME IN PILLOLE (pagina 51)
E dàila con‘stì fóii, con‘stì gazàtt,
ch’is cióccien tànt baiùch tótti él matén:
l’Opiniàn, al Dirétt, Rióba, al Fischiàtt,
l’Esperance, la Zighèla, i Buratén.
Al Canucèl, al Pòpol e al Diavlàtt
i fàn da un pèz la tèra da p’gnatén
se quàssta é una zitè da fèr quatrén.
S’l’é róba ch’véggna ‘d fóra vì, l’é un fàt
tótt dìsen:”Quìsti sé ch’i én spiritùs,
èter che i nùster giurnalétt da gàt”
Azónta pò i cudén* e i permalùs,
ch’ it faràn tànt pruzès da d’vintèr màt,
parché i én palpastrì* ch’néghen la lùs!
(* bigotti, pipistrelli)
Questo acrostico sui Deputati, pubblicato dalla “Marmitta” nel 1865, ci dimostra come dopo quasi un secolo e mezzo…nulla sia cambiato!
Discordi
Energumeni
Parolai
Uggiosi
Tangheri
Arruffoni
Timidi
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 11:02:00 0 commenti
Argomento: Rime in pillole
RIME IN PILLOLE (pagina 50)
Falla finita, té, brótta ruznànta,
che gnànch l’àqua dal mèr t’à fàt lusànta;
l’àqua dal mèr e quàlla d’la marén-na,
an cànta dèrt dal zàss e d’la calzén-na.
Filastrocca popolare:
Tusén tusè, chi t’à tusè?
La màma e al pà con trài furchè?
Tusén tusè.
(dal Calendario “e la Bulàggna d’na vólta”, 2001)
***
Ed ora un omaggio a Giulio Cesare Croce (1550-1609) che è il primo, grande cantastorie bolognese (anche se era nato a San Giovanni in Persiceto):
Versione originale
Qusì pianzand drie à la via?
È mort Barba Salvaster
O à è sta fatt un sequaster?
Sugav iuocch, en pianzì
E dsim su quel c’havì.
En stadi a smergulàr
Chav prev foursa cunsular.
Sa amulla al vassel dal vin
O aviv pers al purzlin?
S’è amalà la Sabbadina
O a dspers la Bergamina?
Traduzione in italiano
Dove andate zio Taddia così piangendo lungo la strada?
È morto lo zio Silvestro o vi è stato fatto un sequestro?
Asciugatevi gli occhi, non piangete e ditemi cosa avete.
Non state a piangucolare, perché io vi potrei forse consolare.
Si è sfasciata la botte del vino o avete perduto il maialino?
Si è ammalata la Sabatina o ha abortito la Bergamina*?
(* una razza bovina)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 10:54:00 0 commenti
Argomento: Rime in pillole
martedì 30 dicembre 2008
LA SGNÀURA CATARÉN-NA AI RAGGI “X”
L’idea mi è venuta seguendo la mia convinzione, secondo la quale non esiste un dialetto che sia valido per sempre, ma ogni generazione parla (e scrive) il proprio.
Il dialetto parlato cambia, seppure lentamente, soprattutto nei vocaboli: esistono vocaboli che erano usati, ad esempio, dai nostri nonni, che vennero poi usati sempre meno dai nostri genitori e che noi ormai non usiamo più. E anche ai tempi dei nostri nonni, già non esistevano più certi vocaboli usati dai loro genitori e dai loro nonni!
Per quel che riguarda il dialetto scritto, che, come è noto, non ha le regole precise che ha invece l’italiano, ogni autore si è sempre arrangiato alla meglio, ma ha sempre tenuto conto di ciò che avevano fatto gli autori precedenti. La grafia è cambiata molto lentamente negli ultimi secoli, ma nel Novecento si è verificato un profondo cambiamento, grazie agli studi di Alberto Menarini, il quale ne ha messo a punto una che è la più semplice e insieme la più perfetta, poiché, avvalendosi delle regole dell’italiano, tende a riprodurre i suoni del dialetto esattamente come noi li pronunciamo, senza ricorrere ad accenti strani, invenzioni fantasiose o a false convenzioni, secondo le quali il dialetto si dovrebbe scrivere in un modo e… pronunciare in un altro! Il problema è che per alcuni Menarini non è mai esistito!
Fatte queste necessarie premesse, passiamo ora all’argomento di questo capitolo.
Dai circa 150 sonetti “tradotti” ho estrapolato altrettante parole o locuzioni della versione originale, allo scopo di esaminarle qui di seguito, benché per la maggior parte di esse abbia già scritto a lato un commento chiarificatore. Molti di questi termini sono già stati da me ricordati nelle “Voci caratteristiche bolognesi” (1993), ma qui tratterò solamente di quelli usati da Testoni (e Stecchetti)in questi 150 sonetti.
Consonanti doppie: sono moltissime in italiano e molte meno nel nostro dialetto che, come tutti quelli settentrionali, ne è molto avaro. Tuttavia Testoni ne usa molte, forse per influenza della lingua o forse perché a quei tempi si credeva che il dialetto fosse una…corruzione dell’italiano o del toscano! Perciò le parole come “sguillèr, ottomóbil, quattrén” ecc. io le scrivo tassativamente “sguilèr, otomóbil e quatrén” poiché è esattamente così che vengono (e che venivano) pronunciate qui a Bologna!
Gruppo –sc: anche se la nostra “s” è molto pesante, il suono –sc non esiste, perciò le parole “scéna, scémmia, scióper” ecc. io le scrivo “séna, sémmia, sióper” ecc.
Gruppo –cq: altro suono che non esiste, perciò scrivo “àqua e aquedótt” (scritte e pronunciate come in latino!), al posto degli improbabili “àcqua e acquedótt”.
Vocali “à” e “ò”: molti bolognesi, ancora oggi, dicono “bòn” per buono, “sòn” per la voce del verbo essere “sono” (e anche per “suono”), “tròn” per “tuono” e così è per mille altre parole, ma molti altri bolognesi, specialmente di città” dicono “bàn”, “sàn” e “tràn”. Ebbene, non essendoci una regola fissa ed essendo io uno di questi ultimi, così scriverò sempre, poiché è esattamente così che io pronuncio!
Accenti e apostrofi: argomenti di cui ho già parlato altrove fino alla noia! Qui mi limiterò a dire che, rispetto a Menarini, io ne faccio maggior uso, all’unico scopo di rendere più facile la lettura a prima vista.
Passo ora ad esaminare i vocaboli e le locuzioni, dividendole prima in gruppi.
Mutazioni rilevanti: le mutazioni vere e proprie in un secolo sono state rarissime, anzi ho trovato solo queste due: “chèsa” (casa), che però conviveva con l’attuale “cà”, e la prima persona del passato remoto di alcuni verbi, come “andó” e “purtó”, che pure convivevano con gli attuali “andé” e “purté”. Sono convinto che queste forme, già antiquate allora, Testoni le abbia sporadicamente usate per motivi di rima.
Vocaboli ed espressioni scomparsi o in via di sparizione: vediamone alcuni.
- “ a téns andèr” oppure “a t’gné andèr” (tenni andare) col significato di ”ho dovuto andare”, ciò che oggi si rende con “ai ò d’vó”, “am é tuchè”, ecc.
- “al vóls” (egli volle) che ho sentito pronunciare anche “al vùs”, come anche al “tóls”- “al tùs”(egli prese), oggi sostituiti universalmente con “v’lé” e “tulé”.
- “armàur” (rumore) oggi in disuso, sostituito dai vari “gatèra”,”casén” e altre parole, tra le quali il brutto “rumàur”, per influenza dell’italiano.
- “arvindrìs” (rivenditrice) sostituita da varie parole, ma anche se qualcuno la volesse usare, difficilmente sarebbe capito dall’interlocutore!
- “avintàur” (cliente) e qui è ancora peggio, poiché tutti capirebbero“avventore”! Oggi è “cliànt” o “cliànta”.
- “cmèr” (ostetrica), che oggi sarebbe inteso unicamente come “comare”, era il modo antico per definire la “levatrìz” (ostetrica).
- “ una ragàza cùmm và” (come si deve), oggi diciamo “una ragàza in gàmba”, “una brèva ragàza”, ecc.
- “di subiù!” è un’esclamazione usata da Testoni e da Stecchetti. Il “subiól” è un fischietto e forse non c’entra nulla, comunque è espressione ormai disusata.
- “duzén-na” (pensione) che si diceva anche in italiano “essere a dozzina”, ma oggi si usa esclusivamente “a pensiàn”.
- “fèr la sémmia” (scimmiottare, imitare): ho sempre sentito dire “simiutèr”.
- “furànt-infurintè” (innamorato, appassionato) espressione che è stata sostituita da tante altre più o meno ironiche.
- “gagliót” (galeotto, birichino), nonostante le galere siano rimaste, quest’epiteto è caduto in disuso.
- “gnént-ignént” (niente) oggi tutti dicono unicamente “gnìnta”, ma credo che, se non espressione antica, fosse una variazioni ai fini della rima.
- “léspa” (svelta) parola usata da Stecchetti che però non risulta in nessun dizionario. Io ho “tradotto “ con “vésspa” (vispa) che è forse la stessa cosa.
- “m’nén-na” (gattina) oggi non si dice più e pochi sanno cosa significhi.
- “mólt” (molto) rarissimo per il più usato “dimóndi”, che però io ho fatto in tempo ad udire da qualche anziano. Curioso sarebbe sapere da dove arriva davvero questo strano “dimóndi”, anche se qualche supposizione è stata fatta!
- “par ràbia ed fàm” (per forza) locuzione che io non ho mai udito.
- “pinén/pinén-na” (bambino-a) termini usati da qualche anziano, ma non più da quelli della mia generazione.
- “póst ché…” (dato che…) oggi si usa “dato ché” o “sicómm ché”.
- purassè o purasè (assai, abbastanza) un avverbio che doveva esistere anche in italiano, ma che tuttavia lo Zingarelli non cita. Assolutamente in disuso.
- salè (zitella) come salèr (forse: vegliare) sono termini ormai incomprensibili.
Il significato di oggi è unicamente “salare” come in italiano.
- scufiarén-na, termine antico per l’attuale “mudéssta” (modista-cappellaia).
- sgabanè, termine arcaico che significa (forse) “sgobbata”, “gran lavorata” oppure…il contrario: “fèr gabanèla”, riposarsi, gozzovigliare. Incerto.
- spiulè (piallata, donna non prosperosa)altro termine che oggi suona misterioso!
- spurchézzi, idem come sopra, riferito alle false amiche della Gaetana, forse col significato di “sporcaccione”, “pettegole”, ”infide”.
- s’pziarì, termine abbandonato da quasi tutti a favore del moderno “farmazì”.
- striflèr (schiacciare di folla) è un bel termine, ormai purtroppo in disuso, che rende perfettamente il disagio di venire schiacciati e quasi travolti dalla folla.
- tacuvén (portamonete) termine da cui deriva il più recente “catuén”, pure esso ormai poco usato. È la stessa etimologia dell’italiano “taccuino”.
- tirasó (persona che prende in giro) come tirèr só (prendere in giro), lo diceva mia nonna, ma già mio padre non lo usa più.
- Fiù de càn come anche ràza de càn (figlio o razza di cani) sono offese non così tipiche del dialetto bolognese, quanto dei dialetti veneti. Interessante è l’uso di “de” al posto di “ed”, probabilmente per motivi eufonici, una caratteristica che sopravvive nell’altra, peraltro vivissima, offesa “tèsta de càz”!
Parole italiane inserite nel dialetto, ve ne sono diverse e qui ne troviamo tre.:
- “giretto” per significare, forse, una “donnina leggera”, ma è da verificare
- “papetta” (usata da Stecchetti) che dovrebbe significare “risorsa“, da verificare
- “per la quale” (come si deve) che è la sola espressione ancora sporadicamente in uso. “Non sono mica tanto per la quale” si dice speso in tono minaccioso.
Termini in avanzata obsolescenza, che però vengono ancora usati spesso in senso ironico e scherzoso. Chi li usa in modo “serio” rischia di essere stucchevole, perciò è molto meglio usare termini più recenti e consoni alla nostra generazione!
- braghìra (ficcanaso, pettegola) oggi “fecanès”
- carampèna (di salute malferma) oggi “càr ràtt”
- ciupàtta (molti, parecchi) oggi “dimóndi”
- an cràdder gnànch al pancót (non credere in nulla)
- faquaióni (sornione) oggi “saràf”
- farabulàn (contafrottole) oggi “busèder”, “balésta”, “giazaról” ecc.
- imbarluchèr (raggirare) oggi “imbruièr”
- incucalé (inscemito) oggi “insmé”
- mustàz (viso) oggi “fàza”, “ghéggna”.
- niculót (bellimbusto) oggi “cartulén-na”, “fàt sugèt”, ecc.
- quàll ch’pèga l’óli (chi paga l’olio) oggi “ padràn”, “padrunàz”, “padlàn” ecc.
- san Luig’ spigazè (persona macilenta come il santino di Luigi Gonzaga).
- scarpazèr (ciabattare) oggi “zavatlèr”.
- simitón (complimenti) oggi “cumplimént”
- sprucaién (bella ragazza, bambina) oggi “bèla ragazóla”…se non di peggio!
- srisén (sorriso), assolutamente stucchevole, oggi “surisén”.
- stièvo! (basta!) oggi “bóna lé”. Probabilmente la parola significava “ciao”, nel senso di “adìo fìgh!”, del resto anche “ciao” deriva da “schiavo (vostro)”.
- tusàtt (tosetto, ragazzino) assolutamente fuori moda. Meglio “cìnno”.
- zanfanèl (ironicamente: cervello) idem come sopra. Oggi “zarvèl”, “zócca”.
L’ultima categoria è quella dei termini ancora usati, ma strani agli orecchi dei giovani bolognesi, poiché lontani dalla lingua italiana a cui sono abituati. Qua e là metto tra parentesi il termine in italo-bolognese, quel nostro particolare gergo usato per necessità dai meno acculturati e per gioco dagli altri.
- (a)catèr (trovare) ormai per tutti “truvèr” (al Sud “accattare” = comprare).
- a se sguàza (si gode)
- a spàs (disoccupato) oggi “disocupè”
- (cumprè) a ùs (acquistato usato) oggi “usè”
- agàccia-agucén (ago-spillo) dall’antico italiano “agocchia”, ma lo spillo è ormai per tutti “spilén”
- am n’ò par mèl (me ne ho a male)
- amìga (amica), ma è anche il termine che designa “l’amante”
- arabé (in collera) anche se letteralmente è “arrabbiato”
- arpiatèr che, insieme ad ardupièr, significa “nascondere” (alcuni usano anche il bruttissimo “nascànder”). Etimologicamente “rendersi piatto, abbassarsi”
- bacèl-bacì (bacello-bacelli) è una cosa fatta male
- banchè (bancata) è un sacco di botte e deriva dal fatto che le punizioni di una volta si comminavano con il reo steso su un banco
- biràn (birone) è il tappo o coperchio della botte ed anche dei W.C. primitivi.
- blàch (straccio, cencio) che è parola di origine longobarda (blahha)
- bravèr (sgridare) con il significato che aveva l’antico italiano “bravare”
- (fèr un) brótt vàdder, uno spettacolo spiacevole (un brutto vedere)
- bufìsia (comicità, buffoneria):il suffisso –ìsia è simile all’italiano –eria oppure
–ezza, così come per stufìsia (stanchezza), gricìsia (avarizia), ecc.
- buiarì (boiata), ma riferito a misfatti o volgarità. Per “boiata” esiste anche “buièta” riferito o ad un brutto spettacolo o all’esclamazione “Che peccato!”.
- bùs d’la ciavadùra è l’unico modo per definire la “toppa” della serratura.
- buvinèl (buvinello) che è l’imbuto e, di recente, anche “persona fortunata”
- che stràza ed…(che razza di) soprattutto in senso di meraviglia.
- c’pichèr (staccare) da “dispiccare”, poi “dspichèr” e infine “c’pichèr”
- culàt sono le natiche, ma esiste anche il volgare ”stiàp” (chiappe)!
- Cumpàgn(a) è termine un po’ antiquato, ma molto petroniano di dire “come”
- da fèrsen? (da farsene?) significa “cosa te ne fai, cosa me ne faccio di questo?”
- da par mé e da par té, significa (io o tu) “da solo” (lo faccio da per mè!)
- (ón) da quatrén è una persona ricca
- dabàn significa “davvero” (bàn mó dabàn?)
- d’arpiàt (vedi arpiatèr) significa “di nascosto”
- dèr (a) mànt, vuol dire “dare retta”
- dì só o dì bàn só (di ben su) vale un “ascolta!” oppure “ehi, tu!”
- diavléri (diavolerio) è “confusione”, “rumore”, “gazzarra”, “pers. indiavolata”
- dùr (duro) significa “completamente” nei casi di “imbariègh”, “màt”, ecc.
- ed scapè (di scappata) cioè “in tutta fretta” (una volta anche ed fràzza)
- ed tótti el fàta, di ogni specie, di tutti i colori.
- èrca ed siànza (arca di scienza) ironico per persona colta (o che si crede tale)
- fèr dal féss, fare confusione, fare tante chiacchiere
- fóra vì, di fuori. Ón ed fóra vì è un “forestiero”
- fótta (collera), ma anche “schiribizzo”: s’am vén la fótta…
- gàta, molta confusione, molto rumore, presumibilmente parente di gatèra.
- g’nèr (desinare) è il pranzo: desinare, dsnèr e poi g’nèr
- gróggn (grugno) muso, boccaccia detto anche di chi tiene il “broncio”
- in drétt (in dritto) oggi in buona misura sostituito da “ed frànt”, “in fàza”
- in me cócchen (non mi cuccano) non mi fregano, non ci casco
- intaièrsen (intagliarsi) rendersi conto, mangiare la foglia
- lulé (lui lì) “egli”, ma in senso poco gentile
- macàgg’ (maccheggio) cioè “marchingegno”, ma anche “sotterfugio”
- maridè significa maritata, sposata, ma…si dice anche di un uomo!
- móii ed sudàur (madido) e móii spàult (molto bagnato)
- nézz (nizzo) è il “livido”
- nóv nuvànt o nóva nuvànta, significa “nuovo o nuova di zecca”
- óc’ pulén (occhio pollino) è una specie di callo ai piedi
- otomóbil (automobile) ma ormai tutti usano “màchina”
- parpàia (parpaglia) è la farfalla (farfàla), ma più ancora la falena
- p’gnatén, parola usato da Stecchetti in “fèr i p’gnatén par i ambrùs” un’usanza (a me ignota) che oggi è scomparsa.
- pulìd significa “bene” (fèr pulìd= fare bene), una volta scritto anche “pulìt”.
- pulismàn (pulismano) tradizionalmente “vigile”. Oggi c’è il brutto “véggil”.
- quèl, significa “qualcosa”, dal basso latino “covelle”, da cui “cuvlén”.
- rèna (rana) vuol dire “miseria” forse per… il color verde!
- sandràn (sandrone) persona goffa e corpulenta (dalla maschera modenese?)
- sbatrì ‘d màn è il batti mani, l’applauso
- sbózz (sbuzzo) è il “talento” nel fare qualcosa, l‘estro
- sburzighlén è “pizzicore”, “brivido”
- scambiàtt (scambietto) “movimento veloce”, ma anche “trucco”
- sèghma (sagoma) è detto di persona buffa
- sfìlza e sfilarè è una lunga fila di persone, di cose o di parole
- sgablànt (sgabellante) è il testimone di nozze, connesso con lo sgabello.
- sgavagnères (sgavagnarsi) arrangiarsi, sbrogliare la matassa
- sguilèr (sguillare) “scivolare”
- sinfunì come manfrén-na, da una composizione classica e da un ballo popolare indicano la “tiritera”, la solita musica (noiosa)
- smataflàn (smataflone) è il “ceffone”
- smórt, “pallido”, ma esiste anche in italiano (smorto) con lo stesso significato
- sòia bàn mé! (so ben io!) vale “cosa vuoi che ne sappia?”
- (mègher) st’lè come anche (gràs) técc’ sono due aggettivi (uno triste e l’altro allegro!) per definire persone eccessivamente magre o grasse.
- strichèr (striccare) è voce canonica per “stringere”, ma c’è chi dice strénzer.
- strulghèr (strolgare) “ideare”, “inventarsi” da strólga = strega, astrologa
- stupèr (stopare) significa “occludere”, “turare”
- svèri (svario) significa “differenza”, ma è usato anche difarànza.
- sverzùra, dal rinverdire delle piante, indica “eccitazione”, “ansiosa attesa”
- tamóggn (tamuggno) significa “forte, duro, sostanzioso, difficile, ecc.”
- tarzanèl è il “terzo vino” cioè quello più leggero e meno pregiato
- t’gnìr d’acàt, significa “conservare”, “non perdere”
- tirèr ( i sóld), in questo caso “tirare” significa “incassare”
- tubèna (tubana) baccano, forse riferito al tubare dei piccioni.
- ucarót (ocarotto) persona poco sveglia (vedere qui sotto le finali in –ót)
- vanzèr è ormai il solo verbo per “rimanere” una volta tramontato “armagnèr”
- zuchè (zucata) è la “fregatura” anche matrimoniale: l’à ciapè una fàta zuchè!
- zuntèr (giuntare) è “aggiungere” anche se si sente il “mostro” azónzer!infine le varie finali in “ót”, tipicamente bolognesi, che indicano una breve azione per diverse cose: stricót (stretta), prilót (girata), pistót (pestone), tirót (tiratina), sgranfgnót (graffio), p’zigót (pizzico), tramlót (fremito), ma anche altri come saguaiót (risciacquatina), buiiót (bollita), ecc. tutte parole che vengono spesso dette anche in italo-bolognese (stricotto, pestotto, ecc.) e che hanno il relativo diminutivo (p’zigutén, buiiutén, sgranfgnutén, ecc.).
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:04:00 0 commenti
Argomento: Dialetto
L’AMÌGH (n. 231)
La dóna l'aprufité ed ch'al mumànt ed deblàzza par pasèr à l'atàch:
Alàura al maré al le guèrda e al dìs a só muiér: "Di' só, Marìsa, crùvel bàn ch'an ciàpa fràdd!"
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:00:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
VIÀZ À NUIÒRK (n. 230)
Tótt cuntànt par la nutézzia, al maicàtt al partéss e l'arìva à l'areopórt ed Nuiòrk. Al ciàma un tàxi e al dìs:
Par strè i tàchen a c'càrrer d'un mócc' ed qui, d'un albérgh, d'un ristorànt, d'ì negózi, infén che al maicàtt al dìs:
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 15:55:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
AL SALVATÀG’ (n. 229)
"Él ló ch'l'à salvè al mi fangén?"
"Sé".
"Él própi ló ch'as è cazè int al fiómm e al l'à purtè só?"
"Sé, a sàn mé".
"Alàura, pósia savàir dùvv'l'é andè a finìr al só caplén?"
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Argomento: Barzlatt
AL CURAGIÀUS (n. 228)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 15:49:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
RIME IN PILLOLE (pagina 49)
“Cùmm vèla stamatén-na? “Cùmm Dio vól!”
“A sì lé con al gróggn, tótt zétt zétt!”
“Io penso ch’a sàn qué strà di puvrétt
e piango cómm s’a fóss un ragazól.
Piuttosto che finire i dì nel duol
io, che fui uom di lettere, ch’l’à scrétt
dei drammi, dei romanzi, di sunétt,
al n’éra méii ch’a féss al strazaról?”
“L’é inóttil che vó av fèvi di rimpróver:
avèvi da pensèr in zoventó
che i letterè, purtróp, vàn al ricóver.
Lasè ch’a bràntla mé, chèro al mì òmen,
ch’ai ò fàt una fótta pìz che vó
par finìr qué!” “Che cosa?” “Al galantòmen!”
L’indovinello del treppiede (graticola?), del pollo e…del gatto:
A tóls trì pì,
ai mité só dù pì,
arivé quàter pì,
al purté vì dù pì
e a vanzé con trì pì!
Canto popolare di Monteveglio:
Il cavalier Milano voleva tór muiér,
voleva tór l’inglàisa, figlia d’un cavalier.
La sera la domanda e al dè al la v’lé spusèr:
appena lei fu sposa, vì al la vóls purtèr.
Fecero trenta miglia, nessun dei due fiatò,
ne fecero altre trenta, l’inglesa sospirò.
“Cosa sospiri, inglesa, cosa sospiri ohibò?”
“Sospiro padre e madre, mai più li rivedrò!”
“Rimira quel palazzo, sappilo ben mirar,
a trentasei ragazze la tèsta ai ò taiè!”
“Imprestami la tua spada” “Che cosa ne vuoi far?”
“Voglio tagliar la frasca da dèr al mì cavàl”
Appena avuto spada, nel cuor gliela piantò
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Argomento: Rime in pillole
RIME IN PILLOLE (pagina 48)
Bulàggna bèla ai pì d’l’Apenén
piantè e fàta a fàurma d’una bèrca,
bèla ed fàbrich, famàusa ed zitadén
ch’par vàddarla l’indiàn fén al mèr vèrca;
e chi a pì, chi a cavàl ‘s métt in camén
ed maravàiia ognón él zéii inèrca,
al và só al mànt, l’adócia al piàn e al dìs:
“St’ bèl pàais l’é un terèster Paradìs!”
Quando si parlava di cambiare nome alla statua di San Petronio, il Santo si lamentava così col vicino Gigante (temendo di diventare un certo Sacchetti, allora assessore) :
A mé, purtróp, tótt zàirch’n ed fèr dal mèl
e v’lìv savàir cùmm andarò a finìr?
Ch’im cavaràn la méttria e ànch al pivièl,
im mitaràn int la fàza dàu basàtt
e, pr’unurèr chi fé tànt lavurìr,
i v’ràn ch’a d’vànta l’asesàur Sacàtt!
(A. Testoni, “Bologna che scompare” 1850-1880)
Questo sonetto, a firma “l’umarén dal pàvver” non c’entrerebbe nulla con questa raccolta che NON è di poesie, ma è tanto bello (e tanto giusto!) che lo riporto:
Sgnàur Giólli, mó al n’à póra ed stèr acsé
con sàul la cumpagnì d’un gàt suriàn,
ch’an i pól dèr sicùr sodisfaziàn
cómm ‘na sarvóta ch’téggna un póch pulé
e ai fàga un piàt ed m’nèstra pr’al mezdé?
‘Na ragazóta ch’s pósa tór a màn,
ch’sèva lavèr t’vaiù e sugamàn,
dèr quàich puntén dùvv’i é quèl ed scusé?
E pò as sà: una malatì o ànch un bisàggn
ch’al pósa capitèr, ed dé o ed nót,
l’é sóbbit lé d’aiùt e ‘d bàn sustàggn!
Ch’am dàga mànt a mé e pò la nót
(che l’ómen, tótt i sàn, ch’n’é brìsa ed làggn!)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 15:41:00 0 commenti
Argomento: Rime in pillole
RIME IN PILLOLE (pagina 47)
Ón, dù e trì,
al balàn an và pió vì,
al và vì ‘stà premavàira
quànd i tìren só la tàila.
Tàila da l’óli
d’andèr in purgatóri,
tàila da zìl
d’andèr in paradìs.
Questo è il finale della favola della matrigna:
Mi madràggna, ràggna, ràggna
l’am mandé a fèr d’la làggna
làggna, làggna a cuié
la caldèra la buié,
mi surlén-na blén-na, blén-na
l’am purté una panirén-na,
mì papà luvàn, luvàn
am magné tótt int un b’càn.
Questa viene da Pianaccio:
Din dàn dindèla
A s’é maridè Brighèla
E l’à tólt una vecchietta
Era tutta rampinosa
E doman farem la sposa.
(dal “Lunèri bulgnàis”, 1990)
Le ragazze bolognesi innamorate d’un tempo, interrogavano così la margherita:
Al m’invól e s’an m’in vól,
al m’àma e s’al m’à int al cór,
póch, purassè, acsé acsé, am minciàn-na.
…e la speranza o la delusione stavano nella frase dell’ultimo petalo!
Ancora una ninna-nanna:
Din, dàn, dón
di pinén ai n’avàn ón:
s’ai n’avéssen dù o trì
o Dio Sgnàur che sinfunì!
(da "I calendari d'Italia", 1996)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 15:33:00 0 commenti
Argomento: Rime in pillole