lunedì 22 ottobre 2007

INT LA BÀSA (n. 96)

Un òmen in biziclàtta al vàdd int un càmp drì à la strè una bèla cuntadnóta col cùl pr'ària ch'la cóii el barbabiétol. Sànza pensèri un minùd, al smànta da la biziclàtta, ai tìra só la stanèla e… "zac!".
La cuntadnóta l'as lìva só ed scàt e l'ai dìs:

"Mó ló, c'sa fèl?"
"Chi mé? A fàgh al manvèl da muradàur!"

Proverbio n. 144

I finénn i marón a Làzer (ch'ai n'avèva 366 panìr).
Tutto finisce, prima o poi.

Proverbio n. 143

Gàt ai póndgh e càn ai strónz.
Ad ognuno il suo.

Proverbio n. 142

Furtón-na sèlt'm adós che inzàggn at l'inchègh.
Val più la fortuna che l'intelligenza.

ANCORA A PROPOSITO DI GRAFIA!

Nel 1385 Francesco Sacchetti scriveva in una delle sue "Trecentonovelle":
"Come questo giovane acquistò puramente, e con grande simplicità, le lire cinquanta, così con grande astuzia il piacevol uomo Basso della Penna in questa novella vinse a un nuovo giuoco più di lire cinquanta di bolognini".
Quasi 100 anni dopo (1478) leggiamo nel "Diario" del Nadi, in occasione del matrimonio tra Lucrezia d'Este ed Annibale Bentivoglio, che si fecero:
"chanti et soni in susio li chantoni de le vie" e il corteo era accompagnato "da cento trombita et cinquanta pifari et trumbuni et chorni et flauti et tamburini et zamamelli".
A noi profani salta agli occhi la notevole differenza di grafia e di intelligibilità (a secoli di distanza) tra le due prose, sopra tutto se pensiamo che il Sacchetti scriveva un secolo prima del Nadi!
Potremmo pensare che a Firenze si scrivesse meglio che a Bologna.
Potremmo pensare che in un secolo la lingua italiana sia… regredita.
Potremmo pensare che il Sacchetti fosse un intellettuale e il Nadi no, mentre sappiamo che erano entrambi borghesi con una certa cultura, anche se non certo paragonabili a Dante o Petrarca!
Perché dunque oggi queste due grafie ci sembrano così diverse, tanto che quella del Sacchetti non sembra d'un secolo prima, ma di due secoli dopo?
I motivi potrebbero essere diversi:

- una certa differenza di conoscenza della lingua tra i due scrittori
- una diversa influenza dei dialetti locali sulla lingua italiana scritta
- un voler scrivere (da parte del primo) nel nuovo volgare italiano, mentre il secondo sembra abbia voluto ricalcare il basso latino medievale

Qualche studioso ce lo potrebbe spiegare, magari anche facilmente, ma resta il fatto che noi profani rimaniamo stupiti da tanta differenza. E ci riesce difficile pensare che a quei tempi il "volgare illustre" parlato a Firenze fosse tanto diverso da quello di Bologna. A maggior ragione ritengo che nei dialetti, proprio in quanto solo parlati, la grafia fosse ancora più approssimativa. Certo che il dialetto parlato a Bologna era molto più diverso dal volgare italiano di quanto non lo fosse quello parlato a Firenze (è così ancora oggi!), ma restano dubbi. Non mi stancherò mai di dire che le differenti grafie ci traggono molto probabilmente in inganno nel nostro tentativo di ricostruire la fonetica, della quale, per ovvi motivi, non abbiamo documenti.
Dato che, come è noto, "scripta manent", mentre "verba volant" (soprattutto perché non erano ancora state inventate apparecchiature adatte a registrarle!), siamo indotti a pensare che nei tempi passati la gente parlasse come scriveva, ma i due esempi qui riportati ci fanno supporre che non fosse affatto così.
Il popolo era ignorante ed analfabeta e perciò parlava unicamente dialetto, un dialetto che variava non solo da città a città, ma da paese a paese e da rione a rione e questo è un fatto. Gli intellettuali tra il tre e quattrocento stavano invece abbandonando il basso latino in favore della nuova lingua di Dante, ma è lecito pensare non tutti fossero dello stesso livello culturale, che i loro dialetti influenzassero più o meno la lingua e che perciò ci abbiano tramandato opere e documenti con notevoli differenze di grafia, mentre nella lingua parlata tali differenze potevano essere molto più lievi.
Essi avevano tuttavia, se non grammatiche e dizionari, quanto meno modelli a cui riferirsi, mentre chi tentava di scrivere in dialetto non aveva nemmeno quelli! Ognuno si arrangiava. Ognuno faceva quel che poteva e come poteva, secondo il grado d'istruzione, secondo che volesse o non volesse basarsi su quella grafia italiana che, magari, conosceva poco. Ognuno cercava di riprodurre alla "bene e meglio" i suoni del proprio dialetto, usando lettere, apostrofi ed accenti il più delle volte a sproposito, tralasciando vocali (soprattutto nei dialetti gallo italici), convinti che il proprio dialetto non avesse nulla a che vedere col volgare italiano scritto e dimenticando così che entrambi contenevano una solida base latina.
Noi siamo grati, per l'amor di Dio, a questi autori che si sono sforzati di lasciarci preziosi documenti, ma non dobbiamo lasciarci ingannare quando cerchiamo di capire quale fosse il dialetto parlato di quei tempi. Noi studiamo ciò che essi hanno scritto e non ci permettiamo di fare alcuna correzione, ma non dobbiamo pensare che il dialetto bolognese come lo vediamo scritto dal Mitelli nel '600, dalla Coronedi Berti nell'800 o dal Testoni a cavallo tra '800 e '900 fosse tanto diverso da quello parlato oggi (concetto che ripeto spesso, poiché vedo che è duro da capire!).
Qualcosa è certamente cambiato (tutto cambia!), ma non così tanto come queste letture ci possono indurre a pensare. L'ho già detto: mia nonna, nata nel 1882, parlava un dialetto che, in quanto a fonetica, era esattamente uguale a quello parlato da mio padre e da me.
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Paolo Canè

domenica 21 ottobre 2007

AL DÓBBI (n. 95)

Un umarèl, imbariègh ch'me un zvàtt, als pógia càntr'un lampiàn el al trà fóra ànch el budèl. Un cagnén als métt a nasèr e l'imbariègh al burbóta:
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"Dànca, i fasù ai ò magnè da Ghitón, al vén a l'ò b'vó dal Marlén, mó té, dùvv t'òia magnè?".

AL ZIGÀNT E AL NÀNO (n. 94)

Int un pisadùr ai vén dàntr'un umàz ed dù méter con l'óc' drétt ch'ai balèva. Dàpp un pó als métt al só fiànch drétt un umarcén ch'ai airivèva sé e nà à la zintùra. Al zigànt al s'acórz che l'umarcén al tàca a fèr balèr l'óc' stànch e a gli dìs:

"Di' só, um tùt pr'al cùl?"
"Nà".
"Alàura parché at bàla un óc' à l'improvìs?"
"I én i stiatén".

Proverbio n. 141

Fóra mèrz (ch'a sàn d'avréll)!
Si dice a chi tossisce fragorosamente.

Proverbio n. 140

Fèr v'gnìr al làt al z'nócia.
Fare…cascare le braccia!

GERGHI

Già avevo parlato di gerghi nella stesura del primo libro degli "Appunti" (e forse anche prima!), ma vorrei tornare sull'argomento, poiché sono entrato in possesso di una lista di circa 425 parole, prese dal famoso ed introvabile libro di Alberto Menarini "I Gerghi Bolognesi" (1942). La grafia lascia un po' a desiderare, per via di qualche gruppo di consonanti –nb, di troppe "k", di alcuni suoni –ghi e –ghe, dove l'indispensabile "h" manca e di qualche altra inesattezza: probabilmente il giovane Menarini non aveva ancora messo a punto quella sua grafia che io considero la migliore di tutte quelle viste finora, che è poi la stessa alla quale, grosso modo, io mi riferisco in ogni scritto.
Ho subito interpellato mio padre che è uno degli ultimi bolognesi in circolazione ad avere usato per tutta la vita (lunga quasi un secolo) dialetto e gergo, ma di queste parole ne conosce poco più del 20%! Come prevedevo, ha contestato l'80% non riconosciuto, asserendo che non si tratta di parole bolognesi, convinto com'è di sapere tutto sul dialetto, ma non è così ed io ho cercato di capire e di fargli capire anche il perché.
Qualsiasi gergo è di per sé un idioma poco noto, poiché nasce nell'ambito di un gruppo (meccanici, commercianti, muratori, ladri, ecc.) e tende a rimanere in quell'ambito. Infatti questi gruppi lo parlano, oltre che per spirito di appartenenza, sopra tutto per non farsi capire dagli altri, perciò se tutti venissero a conoscenza di tali termini, questo secondo scopo andrebbe a farsi benedire! Inoltre, anche se alcune voci gergali hanno avuto fortuna, tanto da essere ancora abbastanza diffuse (fànghi, tàp, giàz, ecc.), la maggior parte delle altre sono andate via via perdendosi, sia per l'avanzata dell'italiano, sia perché sono venuti a mancare i suddetti motivi per i quali esse sono nate. E solo un ultranovantenne ne può ricordare alcune, e non tutte, poiché mio padre è stato meccanico, ma non commerciante, non muratore e (spero) non ladro! Anche oggi, in molti ambienti, vengono usate parole che noi indichiamo come "termini tecnici", ma che non sono più gerghi, poiché usati per praticità, per moda o per eleganza e non per non farsi capire dagli altri.
La lettura di questa lista del Menarini mi ha portato a fare qualche riflessione che riporto qui di seguito:

1) l'espressione "a balón" suona strana, poiché ho sempre sentito dire "a balùs" ed anche "rimbunga/ribonza" (merce) l'ho sempre sentita nella forma "rimbànza" in senso generico, ma soprattutto riferita a merce rubata.
2) molte parole definite gergali, sono troppo simili alla lingua o ad altri dialetti e mi riferisco ad esempio a stréll (grido), sgubèr (lavorare), imbunìr (imbonire), pivèla (ragazza), rifilèr (smerciare), spago (paura).
3) alcuni termini sono di chiara origine francese: lumàtt (fiammifero), lungén (lenzuolo), macadùr (fazzoletto da naso), rulànt (veicolo), ecc. (allumette, lingerie, mouchoir, roulant, ecc.)
Di chiara origine latina sono invece furlén ed anche rufidàur (ladro), dove troviamo –fur (ladro) e nel secondo –ruf, forse per metatesi.
4) alcuni altri, dei quali né io, né mio padre eravamo a conoscenza, li ho spesso trovati simili in vari altri dialetti, dal piemontese al veneto, dal lombardo al romanesco. Eccone alcuni: campurèla (campagna), pióla (osteria), pit/pitòn (tacchino), sgnàpa (acquavite), scarcèna (tasca), sàc (£.1000), gàmba e pióta (£.100), pischérla (ragazza).
5) infine una stranezza: il lavoro del Menarini è sicuramente accurato e immagino che nel suo libro del 1942 ci saranno ben di più che 425 parole, tuttavia abbiamo notato la mancanza di alcuni termini gergali che mio padre ed io usiamo ancora spesso, come stufilàusi (tagliatelle), strézzi (sigarette), batintén (orologio), lisa (mantello), sacàn-na (giacca) e l'ormai noto sc'fón (calzerotti). Altre espressioni abbastanza note, ma non indicate nella lista, sono, ad esempio pri là (là, da quella parte) e pr'i tu vìsi (per i fatti tuoi), ecc.

Immagino tuttavia che sarebbe impossibile redigere un dizionario completo delle voci gergali, poiché certamente molti termini sono caduti in disuso prima della nascita del Menarini, se è vero che diversi altri, ancora vivi ai primi del '900, sono ormai spariti e che tra qualche decennio non ne esisterà più nemmeno uno! Il gergo sta sparendo molto più in fretta del dialetto proprio in quanto parlato da una più ristretta cerchia di persone.È lecito, infine, supporre che alcune parole gergali siano state note in un certo ambito, magari abbastanza vasto, e che siano poi "emigrate" in altri ambiti, in modo da raggiungere una certa notorietà. Certe altre è possibile che siano scaturite dalla fantasia di qualche popolano e che siano state usate da pochi e non da tutti i componenti di uno stesso "clan". Questo è ciò che ho detto a mio padre per… tranquillizzarlo e scusarlo di non conoscere tutti i vocaboli citati dal Menarini!

Paolo Canè

venerdì 12 ottobre 2007

EDUCAZIÀN 1 (n. 93)

Una cuntadnóta la spalànca l'óss dal ginecólogh e la dìs fórt: "Cus'òia da fèr pr'al scadàur à la fìga?".
Al dutàur l'arspànd: "Mó insàmma, sgnàura, éla quàssta la manìra ed c'càrrer? Adès lì la tàurna fóra, la bóssa e l'am d'mànda: "Dottore, avrei un prurito alla vagina. Èla capé?".
La cuntadnóta la tàurna fóra, la bóssa e la dìs: "Dottore, avrei un prurito alla…..cumm'èl pùr détt ch'l'as ciàma ed cugnómm la fìga?".

AL GÀT VIAZADÀUR (n. 92)

"Alàura it pò riusé a c'fèrten ed ch'al tó gàt?"
"Mocché, à l'ò purtè a 10 chilómeter da cà e l'é turnè; alàura a l'ò purtè infén a Módna e l'é turnè un'ètra vólta; a la fén a sàn andè infén a Frèra, in mèz a una nàbbia ch'l'as taìèva col falzàn e am sàn pérs! Óu, par furtón-na ch'ai éra al gàt, se nà an turnèva pió a cà!"

Proverbio n. 139

Fèr l'intarès ed Cazàtt.
Una speculazione da poco (distrusse la casa per ricavarne pietrisco!).

Proverbio n. 138

Fèr la pàira a quàich’dón.
Turlupinare qualcuno.

UN PATRIMONIO PERDUTO

Ho l'impressione, come accade spesso nella vita, che a volte si dicano certe cose, si facciano certe affermazioni con grande certezza, ma che… non si sappia esattamente di che cosa si stia parlando!
Prendiamo ad esempio, tra le tante, un'affermazione che si sente dire da tempo ed ovunque: "Il dialetto è un patrimonio che si sta perdendo e che invece occorre salvaguardare"! Lo stesso si dice, peraltro giustamente, di certi animali in via d'estinzione, della deforestazione del pianeta e d'altro, tuttavia è innegabile che i dialetti stiano scomparendo, così come certe razze di animali e diversi chilometri quadrati di foresta! Si ha l'impressione che nessuno faccia nulla, o comunque che non si faccia abbastanza, ma qui l'argomento è il dialetto e a quello mi attengo.
Esso pare un patrimonio solo oggi che sta morendo, mentre non molti anni fa era una cosa di cui quasi ci dovevamo vergognare, una lingua da evitare, una etichetta di ignoranza e di volgarità. Oggi tutti lo vogliono recuperare, ma pochi hanno gli strumenti per farlo: non basta parlarlo (male!), magari a sproposito, magari traducendo semplicemente in dialetto sulla bocca gli ordini che il cervello ci manda in italiano! Questo non è recuperare o parlare il dialetto, specialmente da parte di gente che prima mai o poco lo aveva parlato, questa è una sciocca ed inutile ostentazione di chi vuole far intendere di sapere ciò che non sa,è un'ulteriore offesa che gli viene recata.
In effetti, quello che "si sta perdendo" e che "dovremmo recuperare" non sono i vocaboli, bensì lo spirito petroniano: una cosa che abbiamo o che non abbiamo, e non si può "recuperare" ciò che non si è mai posseduto.
Lo spirito petroniano è tante cose, ma soprattutto quella serie di sfumature che hanno presumo tutti i dialetti, proprio perché solo parlati, mentre la lingua resta un mezzo per capirci che è sì nostro, ma che non sarà mai nostro come lo è il dialetto, almeno finché avrà vita, almeno per noi! Il dialetto, solo apparentemente rozzo, contiene in sé un'ironia, un'allegria ed una serie di sottili significati che sono usati e capiti solo da chi lo parla e anche da molto tempo. Un esempio? Ho già detto che i cognomi delle nostre parti hanno una traduzione in dialetto e perciò Baravelli, diffuso in città, si pronuncia "Baravèl", ma un mio parente con questo nome, mio padre (inesauribile fonte di cultura dialettale!) lo chiama "Baravèla" e questa "a" finale è un vezzeggiativo, è un sinonimo di simpatia che quel personaggio sprigionava. Stesse caratteristiche ha il diminutivo “Baravlén-na”!
Esiste una simile sfumatura in italiano?
Ecco, questo è ciò che veramente sta scomparendo e che non salveremo!

Paolo Canè

giovedì 11 ottobre 2007

LA SCUSA (n. 91)

Tótt i dé Pirén l'à una scùsa nóva pr'arivèr in ritèrd a scóla.

"Alàura Pirén che scùsa èt incù?"
"Sgnàura màstra, ai ò purtè la vàca al tòr".
"Bàn? An al p'sèva brìsa fèr tó pèder?"
"Sè, mó l'é dimóndi méii al tòr!"

I PIRENEI (n. 90)

"Bàbbo, dùvv'éni i Pirenei?"
"Sòia bàn mé: d'màndel a tó mèder ch'l'é lì ch'l'ardàppia sàmpr'incósa!"

Proverbio n. 137

Fèr l'amàur con la surèla d'la màn stànca.
Masturbarsi.

Proverbio n. 136

Fèr di sdùz.
Abortire.

IL DIALETTO BOLOGNESE

Per quante volte ho già parlato (e ancora parlerò!) di quest'argomento, per altrettante volte dovrei tacere e dovrei cancellare tutto quanto ho scritto! È il ricorrente, sconsolante pensiero che mi attanaglia, ogni volta che finisco di leggere o di rileggere uno dei testi (sebbene pochissimi) in mio possesso i quali appunto di quest'argomento trattano. Ciò che non finirà mai di stupirmi è il numero degli studiosi che hanno affrontato la materia (da Dante in poi fino al Devoto ed oltre) e che hanno pubblicato centinaia di testi, nei quali sembra che ormai tutto sia già stato trattato, sezionato, studiato e classificato, oltre al congruo numero di studiosi stranieri (soprattutto tedeschi) che sono stati maestri nello studio del…mio dialetto! E così, sempre, dopo aver letto ciò che altri, ben più autorevoli, hanno scritto, mi assalgono sensazioni d'impotenza e consapevolezza della mia ignoranza, tali che… quasi mi metterei a piangere! Eppure…eppure io leggo, rileggo, studio, mi angoscio, penso, deduco, "scopro"… e alla fine mi trovo sempre ed ostinatamente a scrivere! Perché? Per tre motivi principali:

a) perché mi piace, mi diverto e così trascorro quest'inutile tempo da pensionato, con la piacevole sensazione di occuparmi di qualcosa per cui valga la pena scrivere.
b) perché, tra i seppur pochi libri della mia biblioteca, ne ho alcuni scritti da persone come me (e a volte anche peggio di me, poiché hanno pubblicato lavori che sono stati copiati pari pari da quelli scritti dai "veri" studiosi) e penso che, se scrivono loro, posso scrivere anch'io!
c) perché ho la presunzione di scrivere in modo semplice e chiaro, tanto da fare capire alle persone semplici come me, in poche parole, ciò che questi studiosi scrivono in modo assai più preciso e dettagliato, usando termini dotti (con diverse citazioni in latino e greco) che conferiscono ai loro studi una veste ufficiale e professionale ed una profondità che si evidenzia anche a prima vista, ma che il lettore estemporaneo e non competente non solo non capisce, ma trova pedante e noiosa.

Più ci si addentra in una materia e più, non solo ci si sente ignoranti, ma sorgono dubbi anche su ciò che poco prima sembrava chiaro e semplice. Una modesta cultura non ha questi problemi: prendo ad esempio una persona che amo ed alla quale devo in gran parte la pratica dell'uso dialettale: mio padre. Egli è intimamente convinto di sapere tutto in fatto di dialetto, di parlare l'unico dialetto possibile e di conoscere ogni parola ed ogni espressione dialettale esistente! A volte mi trovo a discutere con lui su parole che hanno un ben preciso significato, citato da dizionari e da studiosi eminenti, e lui, convinto che tutti costoro si siano ingannati, continua a sostenere la sua tesi.
Alla fine lascio sempre perdere!
E le persone come lui sono tante, ma che dico, sono la maggioranza!

Non si può parlare d'un qualunque argomento senza prima avere assimilato ciò che altri hanno studiato, senza conoscere le molte altre materie che tale argomento hanno influenzato, condizionato e determinato. Così è anche e soprattutto per quanto riguarda il dialetto. Parlarlo, capirlo anche bene non è sufficiente: chi lo parla da sempre, poiché l'ha imparato ad orecchio, è praticamente un analfabeta! E' come parlare una lingua senza saperla scrivere, senza sapere nulla di storia, di geografia, di qualsiasi altra materia inerente: è come parlare al buio! Molti credono alle favole: credono che gli antichi parlassero latino, poi un bel giorno, chissà come e perché, si siano messi tutti a parlare italiano e che il dialetto sia, in qualche modo, una corruzione della lingua, senza minimamente pensare che tutto si è trasformato lentamente, che il dialetto è il risultato di tale trasformazione e che la lingua è invece una convenzione creata artificialmente e molto più tardi; senza pensare che tale processo è comune a tutti i luoghi d'Italia, d'Europa e del mondo; senza pensare che non esistono parole "misteriose" o "esclusive" di un dialetto, ma che ognuna di queste ha una ragione di essere e che molte sono imparentate tra di loro, anche se a prima vista non lo sembrano affatto; senza pensare che non esistono materie avulse da quella realtà che, invece, le trova tutte collegate tra di loro.

Lo studio del dialetto, come dell'onomastica, dell'etimologia e di qualsiasi altra materia che studi le cose di un passato che ci ha lasciato solo pochi e controversi documenti, è un campo estremamente difficile, nel quale occorre andare cauti, poiché, come tante volte ho detto, niente o molto poco è ciò che sembra a prima vista. E sono caduti in errore anche molti esimi studiosi (questo non lo dico io, ma certi loro colleghi che li hanno presi in castagna!), anche perché gli studi vanno sempre avanti e ogni nuovo apporto si aggiunge a quanto già enunciato, oltre al fatto che spesso lo corregge, quando addirittura non lo sovverte. Per questi motivi (e per altri) occorre sempre fare molta attenzione a ciò che si dice ed affrontare gli argomenti con umiltà e con serietà: io primo fra tutti! Fatto questo lungo preambolo (e non è certo la prima volta, ancorché ci sarebbe tanto altro da dire!), vediamo di fare ulteriore chiarezza: la lingua italiana è uguale da Merano a Pantelleria, si scrive nello stesso modo, ha le stesse regole e si pronuncia allo stesso modo, a parte gli accenti dovuti ai diversi retaggi dialettali locali. È, come ho detto, una convenzione nata alla fine del Medio Evo per motivi di necessità pratica, che si è sviluppata nei secoli con gli apporti di poeti e scrittori d'ogni parte d'Italia, che ha ormai le sue regole fissate e che tuttavia continua a svilupparsi lentamente. I dialetti restano unicamente parlati ed ogni tentativo di scriverli è arbitrario e comunque non ufficiale, anche se c'è stato qualcuno che ha messo a punto un metodo preciso e quasi perfetto, come Alberto Menarini fece per il bolognese. Anche in questo caso però si tratta di parere soggettivo che non è condiviso da tutti, sopra tutto per due motivi:

a) perché nessuno ha mai stabilito che il metodo Menarini sia quello giusto.
b) perché, essendo il dialetto solo parlato, paradossalmente non esiste più un dialetto bolognese! O meglio, esiste ed è quello che si parla a Bologna in centro ed in periferia, ma è zeppo di varianti, di ambiguità, di eccezioni interpretative ad una regola…che non c'è, in modo che ogni parlante è convinto che la propria pronuncia sia quella giusta!

Esistono invece i "gruppi dialettali" come li enuncia il Devoto e come, da Dante in poi, altri avevano già individuati. Nel nostro caso si parla di dialetti "emiliano-romagnoli" addirittura e noi tutti sappiamo bene che differenza passi tra il dialetto bolognese ed il romagnolo ed anche tra il bolognese ed il modenese, il ferrarese, il piacentino e così via! Questo gruppo fa parte degli idiomi "gallo-italici", distinzione ancora più larga che ci differenzia dalle regioni del Centro e del Sud, ma che comprende anche i dialetti piemontesi, lombardi e liguri. Dunque possiamo parlare solo in generale, partendo dal grande raggruppamento dei "gallo-italici" (così detti per l'influenza che ebbe la lunga dominazione gallica che andò circa dal V° al III° secolo a.C., influenza che dura tuttora), per limitarci poi al gruppo "emiliano-romagnolo" che è già ben definito e costituisce una base valida di studio. Difficile è restringere ancora il campo, poiché, se è vero che ogni città ha il suo dialetto, è anche vero che ogni paese ha il proprio e ci si perderebbe in un dedalo infinito d’idiomi, i quali, negli spazi ristretti, si mescolano e s'influenzano fino a diventare difficilmente distinguibili. E diciamo anche che ad aumentare questa "babele" contribuisce la diffusa immigrazione e la scarsa confidenza con parlate che stanno scomparendo.Un tempo lo stesso dialetto parlato entro le mura di Bologna conosceva diverse varianti a seconda dei quartieri (i borghi), tuttavia era abbastanza omogeneo, anche perché quasi tutti i parlanti erano nati in città e lo usavano al posto di un italiano che conoscevano poco o nulla.
Appena però ci s'inoltrava in campagna, in ogni direzione, si cominciavano ad evidenziare differenze a partire da centri distanti anche solo 7 Km. (ad esempio Castenaso), le quali aumentavano man mano che ci si allontanava dalla città. Oggi non è più la stessa cosa ed ogni dialetto ha perso le proprie caratteristiche per effetto dei tanti bolognesi che si sono trasferiti nei paesi circostanti e per i tanti "forestieri" che si sono stabiliti a Bologna.

Pertanto, a chi cerca di parlare e di scrivere il bolognese d'oggi, consiglio di dimenticare parole ed espressioni ormai obsolete che appartengono al passato, di evitare la grafia inesatta che pure è stata largamente usata da scrittori e poeti del passato (magari adottando quella "menariniana" che è molto più svelta e precisa), ma sopra tutto invito a parlare coloro che il dialetto lo hanno sempre parlato (non coloro che lo hanno "scoperto" di recente!) ed a scrivere coloro che hanno studiato i tanti testi in circolazione in modo da sapere ciò che scrivono! Ne uscirà un bolognese che non è più quello di un tempo, ma che è più o meno quello che si parla oggi.
È chiaro che se qualcuno avesse pensato a stabilire le regole fonetiche e grafiche del nostro dialetto, oggi accadrebbe ciò che è accaduto con la lingua e cioè che il "bolognese" sarebbe univoco ed immutabile per tutta la provincia di Bologna e tutti lo parlerebbero, salvo le diverse inflessioni locali! Ma chi ce lo fa fare? Chi vorrebbe costringere, ad esempio, gli argelatesi a dimenticare il loro dialetto ed a parlare il bolognese? Forse è bene che le cose restino come stanno: ogni paese parla il proprio dialetto, anche se le differenze rispetto al paese vicino sono minime, e parimenti in ogni paese si cercherà di scriverlo al meglio. L'importante è non fare delle confusioni tra tempi e luoghi diversi, l'importante è di non volere spacciare dei falsi e per intenderci tutti, anche con i più lontani forestieri, c'è sempre l'italiano, che proprio a questo scopo è nato! E poi a che servirebbe fissare regole fonetiche e grafiche proprio oggi che il dialetto sta sparendo? Sarebbe una pratica inutile, quasi inutile come quella di andare, a 70 anni, all'Università per Anziani: all'Università ci si sarebbe dovuto andare da giovani, quando gli studi avrebbero influenzato il resto della vita e magari anche la professione. A 70 anni si può ancora studiare per il proprio piacere, ma i titoli accademici lasciamoli perdere!
Dunque il dialetto non è corruzione dell'italiano, semmai lo è del latino! Il latino infatti è stata per secoli la lingua ufficiale, la lingua dotta e, in quanto tale, parlata e scritta da pochi, mentre il popolo la sapeva solo parlare e male. Le invasioni barbariche hanno fatto il resto ed è successo quello che sappiamo. Se oggi non ci fosse l'alto grado di scolarizzazione, se la gente fosse ancora ignorante e analfabeta, potremmo assistere alla … corruzione dell'italiano e torneremmo così ai dialetti! Ma non c'è pericolo.

Torniamo al gruppo "emiliano-romagnolo": che cosa unisce questi dialetti e li divide da quelli degli altri gruppi? E' un discorso lungo e difficile. Il grande linguista Giacomo Devoto (vedi "I dialetti delle regioni d'Italia" di Devoto e Giacomelli- Ed. Bompiani 1971) ne dà una spiegazione precisa, esauriente e…complicata, come è uso di tutti i linguisti.
Egli prende in considerazione ogni regione della Penisola e individua per ogni dialetto le caratteristiche che lo differenziano dagli altri, fissandone l'appartenenza al suo particolare gruppo. Ma tra le sue tante osservazioni interessanti, una in particolare è notevole e cioè che non sempre i gruppi corrispondono alle attuali Regioni politiche. Nel caso dei nostri dialetti l'area è molto più vasta della Regione: infatti comprende Pavia, Voghera e Mantova in Lombardia, esclude Piacenza, per arrivare fino a Carrara in Toscana e, sconfinando nelle Marche, raggiunge il fiume Esino a 12 Km. da Ancona! Ed è più o meno l'area che 2.500 anni fa fu occupata dai Galli Boi e da altre tribù, compresi i Galli Senoni (Senigallia). Questo spiega il perché da sempre il dialetto Mantovano è molto più simile al nostro del piacentino e quello di Pesaro e del Montefeltro è molto simile al romagnolo.

Osservazioni affascinanti del Devoto, col quale (mi si perdoni l'eresia!) non sono del tutto d'accordo su una: egli afferma che il termine "topo" (in bolognese "pàndg") è "un fatto isolato nell'ambito dei dialetti italiani" e che "probabilmente è d'origine bizantina". A me pare invece che derivi dal greco "póntikos" che a sua volta ha originato l'italiano "pantegana" (topo di fogna) e il termine dialettale "pantecana" che ha lo stesso significato nei dialetti meridionali, come il calabrese, nelle zone della Magna Grecia, e pertanto è un caso tutt'altro che isolato, ma… sicuramente ha ragione lui! Del resto è più probabile che i bolognesi abbiano preso questo termine dai bizantini, vista la vicinanza di Ravenna, dato che i bizantini parlavano greco! Lo ripeto: attenzione, cautela e rispetto, poiché quasi nulla, in fatto d’etimologia, è quello che sembra! Sono questi piccoli, ma significativi esempi, a dimostrare che il solo fatto di parlare un dialetto non significa conoscerlo. Ci sono dei motivi storici in seguito ai quali ci si spiegano "strane" parentele (l'influenza dei Galli) e ci sono motivi geografici i quali spiegano perché due Regioni come Toscana ed Emilia-Romagna parlino dialetti così diversi (l'asperità dell'Appennino) ed ancora altri motivi contingenti che rendono simili le parlate di zone lontane tra di loro, ma unite da millenni dalla Via Emilia che ha facilitato contatti, spostamenti ed invasioni. Storia e geografia ci spiegano perché i paesi del Centro-Sud si siano ritirati dalla costa (invasioni saracene), perché certi paesi montani mantengano particolari caratteristiche (isolamento e mancanza di strade), perché alcune città siano più ricche di monumenti d'altre (le Signorie, più o meno potenti). Insomma, per affrontare seriamente uno studio su qualsiasi cosa riguardi il passato, occorre sapere un po' di tutto e considerare un po' di tutto. Nulla nasce per caso e nulla è mai completamente isolato, anche perché, oltre alle tante cose che sono state scoperte e che sappiamo, ce ne sono altre non ancora scoperte (e che forse non scopriremo mai) le quali potrebbero darci ulteriori e preziose spiegazioni, rivoluzionando magari vecchie e solide teorie. Ci si potrebbe chiedere perché, nell'ambito dei dialetti gallo-italici, ci siano così sensibili differenze e i motivi potrebbero essere tanti. Innanzitutto è probabile che diverse tribù galliche parlassero diversi idiomi e poi ciò potrebbe dipendere sia da una differenziata penetrazione o periodo di permanenza dell'invasore su un dato territorio, sia da una diversa influenza su quel territorio del latino o di altre parlate preesistenti o successive.

I motivi possono essere tanti, certo che, in ambiti sociali ristretti, come tribù o piccoli villaggi, è probabile che la parlata di uno solo o di pochi individui abbia potuto influenzare l'ambiente: vi siete mai chiesti come mai la stragrande maggioranza degli abitanti delle province di Piacenza e Parma abbiano la "erre" moscia? Che il primo abitante di quelle zone avesse un difetto di pronuncia e che gli altri lo abbiano imitato è un'idea buffa, ma non da escludere!
La lingua italiana, come un fiume, nasce da una sorgente identificata nell’opera di Dante, che poi, con l'apporto di molti affluenti, s'ingrossa fino alla foce.
I dialetti, al contrario, sono innumerevoli pozzanghere che nascono spontanee ovunque, che possono essere talvolta comunicanti, ma che non vanno da nessuna parte, perché sono immobili, perché usati solo in loco e perché, non sapendo… scrivere, non hanno possibilità di ulteriori sviluppi!

Paolo Canè