martedì 19 agosto 2008
L’AVIADÀUR (n. 161)
"Avàn bisàggn ed savàir l'altàzza e la pusiziàn".
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 15:13:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
LA PARTIDA ED BIGLIÈRD (n. 160)
"Ch'sa fèt? Vèt a pónt?"
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 15:12:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
AL SISTÉMA (n. 159)
La matén-na dàpp al padràn a gli d’mànda:
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 15:07:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
NON SEMPRE “CONOSCERE” E’ “SAPERE”
In materia di dialetto, alcuni dicono: “Questo termine è sbagliato”, ma in realtà si tratta di una parola che essi non hanno mai usato, mentre per altri è consueta. Prendiamo il caso di “zapèl” (pasticcio, confusione di cose): è una parola che io non uso, nella mia famiglia non l’ho mai udita, i dizionari moderni non la riportano, eppure viene comunemente usata da molti bolognesi, pertanto non posso dire che è sbagliata! Questi dizionari non riportano nemmeno “smasuchèr” (mettere a mollo panni e stoviglie, prima del lavaggio vero e proprio), eppure, pur non essendo parola molto conosciuta, nella mia famiglia è sempre stata usata: è giusta o sbagliata?
Ci sono altre parole che pure non vengono citate, ma è giusto così, in quanto si tratta di parole obsolete: è il caso di “uguèl” (nei testi più antichi ho trovato spesso “eguàl”) che significa, o meglio, significava “uguale”, ma che oggi nessuno più usa. Oggi abbiamo unicamente “prezìs”, stessa parola per due significati: uguale e preciso. Diciamo infatti: “L’é prezìs a só pèder” oppure il noto “Prezìs al brègh ed Délmo” col significato di “uguale”, ma anche “Prezìs cumpàgna a un arlóii svézzer” col significato di “preciso, esatto”.
Altre parole ancora sono riportate dai dizionari, ma con lievi differenze rispetto a come le conosciamo e le usiamo noi. Un esempio è “ed giangón”, ironicamente usato anche in italo-bolognese (di giangóni), che, analogamente all’altra forma simile “ed tarquàider” che abbiamo già visto in un capitolo precedente, significa “sbilenco”, “di traverso”. Io e la mia famiglia abbiamo sempre usato “giangón”, con la “o” chiusa, ma i suddetti dizionari riportano “giangàn” con la “o” (o con la “a”, come faccio io) aperta. In verità entrambe le forme vengono usate nel dialetto parlato: c’è che dice “giangón” e c’è chi dice “giangàn”, ma certo i primi non possono dire che gli altri sbagliano e viceversa.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 14:58:00 0 commenti
Argomento: Dialetto
venerdì 18 luglio 2008
LA PÉRDITA (n. 158)
"Int l'ùltum màis èla avó del pérdit?"
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 18:35:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
L’AMERICÀN (AL CASÉN 3) (n. 157)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 18:32:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
UN CÀN ED RÀZA (n. 156)
"Sócc'mel, che bèl càn ch'avì! Cus'él un Rotvàiler?"
"Mocché Rotvàiler".
"Alàura un mastén?"
"Nà".
"San Bernardo?"
"Nà."
"Alàno?"
"Ói, par caghèr al chèga!".
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 18:31:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
RIME IN PILLOLE (pagina 19)
Zùra zùra,
pànza dùra,
pànza infiè,
ch’a móra in ‘sta bulè!
Quando piove:
Sànta Bèrbara,
Sàn Simàn,
liberèm da la saiàtta e dal tràn,
dal fùgh e da la fiàma
e da la mórt subitànea.
Piove, piove,
viene il sole:
la Madonna raccoglie un fiore,
lo raccoglie per Gesù,
finalmente non piove più.
Se si tiravano i capelli, si diceva:
I cavì d’la càppa
i fàn avrìr la bàcca
e qui lasó
i la fàn avrìr de pió!
A proposito delle difficoltà insite nella grafia del dialetto bolognese, il Magnani scrisse già nel 1688 (probabilmente ussol=gola e grasp=razzorino):
al scriver bulgnes l’è un cert d’affar
ch’fa spess volt all’ussol l’grasp vgnir
(A. Menarini, Pinzimonio bolognese, opera postuma 1985)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 18:24:00 0 commenti
Argomento: Rime in pillole
RIME IN PILLOLE (paguna 18)
feci uno stronzo che pesava mezzo chilo.
(e sotto, con calligrafia diversa):
Ed io, per misurar le forze tue,
uno ne feci che pesava due.
(e sotto ancora):
Pensa e ripensa e alfine ho dedotto
che avete tutti e due il culo rotto.
Io ne trovai una nei cessi del Pier Crescenzi che recitava così:
Affinché questo Istituto nulla perda,
ciò che mi dà in saper gli rendo in merda.
Infine quasi una formula matematica:
+ me lo – + mi sento venir –
e x non venir + a – non me lo – +
E, ancora a proposito di iscrizioni nei cessi, ricordo questa breve, ma chiara:
Non importa che facciate centro,
ma…almeno dentro!
Saggezza popolare e regola di vita (in latino più o meno maccheronico):
Cacatio mattutina,
sicut medicina;
catatio meridiana
nec utilis nec vana;
nocturna cacatio,
mala manducatio
Detti e credenze relative ad occhi che ballano e orecchi che fischiano:
Óc drétt, guài trésst
Óc stànch, guài grànd
Uràccia stànca, paróla frànca
Paolo Canè
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 18:21:00 0 commenti
Argomento: Rime in pillole
RIME IN PILLOLE (pagina 17)
“Viva l’Asse”…del cesso
Qui la faccio e qui la lascio
metà al duce e metà al fascio:
se le tasse non riduce,
niente al fascio e tutto al duce.
(A parte che 70 anni dopo, in fatto di tasse, non è cambiato nulla e perciò si dovrebbe trovare qualche parola “da cesso” che faccia rima con Prodi, io conoscevo una versione simile la cui seconda parte era scritta da un secondo…avventore):
… io la faccio qui alla luce
e la lascio tutta al duce.
Qui si entra pesanti e dolenti
e si esce leggeri e contenti.
Chi col dito il cul si netta,
tosto in bocca se lo metta…
(Ma io conoscevo anche il seguito)
…e così resta pulito
muro, culo, carta e dito!
Si pregano i signori azionisti
di questo banco deposito di non
fare conteggi con le dita e di
non lasciare spiccioli sul banco.
Passiamo a quelle molto oscene:
Qui si entra e non si paga
qui si piscia e qui si caga
e, se il tempo lo permette,si fanno anche le pugnette
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 18:18:00 0 commenti
Argomento: Rime in pillole
QUANDO LA “O” DIVENTA “U” E VICEVERSA!
La corrispondenza del bolognese “u” con l’italiano “o” è così ben radicata nel nostro orecchio che, anche quando vogliamo scherzosamente tradurre in italo-bolognese una parola dialettale in “u” la rendiamo con “o”: usvéii (arnese)= osvìglio!
Altre parole iniziano per “o” anche in bolognese, ma poi prendono la “u”, nei diminutivi (fenomeno che si riscontra nelle lingue germaniche, dove la dieresi muta il suono delle vocali) ed anche negli aggettivi e nei verbi. Qualche esempio: óli- ulièr (olio-oliare), óca- ucarén-na (oca-ocarina), órt-urtlàn (orto-ortolano), óc’- ucèl (occhio- occhiali), ózi- uzièr (ozio-oziare), óbligh-ublighè (obbligo-obbligato), ecc.
Questa è la regola, ma…esiste anche il suo contrario! Ci sono infatti parole che iniziano per “u” in italiano, ma che iniziano per “o” in dialetto: ónnich (unico), óv (uovo), ómen (uomo), ómmil (umile), óttil (utile), ecc. Il motivo è dovuto in parte al latino (homo e ovum, che anticamente facevano, anche in italiano, omo e ovo), poiché, non dimentichiamolo mai, il bolognese e tutti gli altri dialetti non derivano dal toscano, ma direttamente ed autonomamente dal latino! Per altre parole, che anche in latino avevano la “u” (humilis, utilis, unicum, ecc.), si tratta probabilmente di distorsioni o adattamenti del latino, poiché, anche questo non dimentichiamolo mai, prima dell’avvento dei Romani, i nostri antenati non parlavano certo a segni, ma usavano altre lingue, autoctone o di origine celtica, le cui inflessioni, oltre ad influenzare il latino, non sono mai sparite del tutto.
L’ho già detto e lo ripeto: che cosa darei per sapere come parlavano i bolognesi del Medio Evo e che cosa darei per sapere come parlavano alcuni secoli prima, quando il latino si parlava soltanto nel Lazio e qui da noi si davano il cambio diversi popoli: dai Liguri agli Umbri, dai Villanoviani, agli Etruschi, ai Celti.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 18:14:00 1 commenti
Argomento: Dialetto
sabato 5 luglio 2008
TRA LE BRACCIA DI MORFEO
Coricarsi: è una parola che in bolognese non esiste. Noi diciamo “andèr a lèt”, come del resto si dice anche in lingua. Si dice invece al Sud: “cuccà” in napoletano, che è analogo al francese “coucher”, e qualcosa di simile anche negli altri dialetti. Curioso (e d’origine latina!) è il calabro-siculo “vaiu me curcu” (vado mi corico=vado a coricarmi) ed anche il termine “ritirarsi” che ha lo stesso significato, ciò che da noi invece significa soltanto: “diventare più corto”!
In via di sparizione abbiamo anche il termine “agiachères” che è quasi certamente la versione bolognese di “giacere”.
Alzarsi: è un’altra parola che non esiste. Noi diciamo “livères” (levarsi) che peraltro si dice anche in lingua.
Dormire: anche noi diciamo “durmìr”, ma è curioso ricordare come una volta si dicesse “al drómm” anziché “al dórum“ (egli dorme), mentre “indurmintè” significa addormentato, detto anche di persona imbranata! Curioso è anche un termine, ancora ben vivo, d’evidente estrazione latina: “cubièr”. Infine, per esaurire le curiosità, abbiamo “la dórmia” che è l’anestetico. “Dórmia” è anche voce verbale di quel tempo che io ho chiamato “interrogativo dubitativo”, inesistente in lingua, come anche “vàghia o stàghia?” (vado o resto? Con insito il dubbio).
Sogno: si dice “insónni”, ma anziché dire “ho sognato”, si usa la forma riflessiva “am sàn insugnè” (mi sono sognato, anche in italiano, per gente meno acculturata).
Svegliarsi: nonostante che esita la locuzione “strà la véglia e’l sànn” (tra veglia e sonno), non esiste un verbo che riproduca l’italiano “svegliarsi”. Ne abbiamo uno tutto bolognese, difficile da scrivere e anche da pronunciare (per i forestieri) che è “z’dères”, da cui “z’dàzzd” (sveglio). A prima vista sembra una parola strana, anche perché fa pensare…ad un setaccio (sdàz), ma la spiegazione è molto più semplice: è l’esatta traduzione di “destarsi” e “z’dàzzd” significa “desto, cioè sveglio”.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 20:08:00 0 commenti
Argomento: Dialetto
venerdì 27 giugno 2008
AL CAMARIR (n. 155)
Un camarìr al d'mànda a un cliànt:
"Alàura, cùm èl truvè la bistàcca?"
"A l'ò truvè pr'un càulp ed cùl: l'éra ardupiè própi sàtta à una patèta!".
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 19:09:00 2 commenti
Argomento: Barzlatt
AL TÒR (n. 154)
"Mi maré an é pió ch'al bèl tòr ch'l'éra una vólta: i éla una quàich cùra?"
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 19:07:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
PAPAGÀL 8 (n. 153)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 19:05:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
DIFARÀNZ (n. 152)
"Cus'èl détt? Sì spénzer?"
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 19:03:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
RIME IN PILLOLE (pagina 16)
Dìn, dàn, dón
Ai é mórt Tugnón
Tugnón dai pì
Ai é mórt mì zì
Mi zì da Milàn
Ai é mórt un càn
Un càn pilè
Ai é mórt un frè
Un frè capuzén
Ai é mórt un pipién
Un pipién sànza la có
La mérda l’é tótta tó.
Un gioco di adolescenti, consisteva nello scrivere ogni verso su un foglio ci carta ripiegato. Le parole tra parentesi erano indicate con un disegno e nel penultimo verso era il nome del destinatario della…lettera d’amore:
Questa è una lettera scritta d’amore
volta il foglio e troverai un (fiore).
Questo è un fiore che in terra cresce
volta il foglio e troverai un (pesce).
Questo è un pesce che in terra muore
volta il foglio e troverai un (cuore).
Questo è un cuore d’amor trafitto
volta il foglio e troverai lo scritto.
Giura d’amarmi e di volermi bene
sai che amando te mi si distrugge il seno
non sai che dopo Dio
io amo te amami (…) mio
e morirai con me.
Famose sono le parole “rifatte” del noto tango “A media luz” (in doppia versione):
Và là, và là, Chicàn,
t’è fàt ‘na buiarì:
t’am è lasè la Gióllia oppure (t’è lasè la tó schéccia)
ch’at éra màta drì! ----------- (parché ai puzèva i pì!)
Burlesca invocazione di pazienza (parafrasando un detto francese):
Ah, bon Dieu de la France
venì pur vù
che quel de l’Italie non è plù bòn!
(oppure)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 18:56:00 0 commenti
Argomento: Rime in pillole
RIME IN PILLOLE (pagina 15)
Guarda la luna, guarda le stelle :
là c’è Caino che fa le frittelle.
***
Spazacamén,
rubaquatrén,
sèlta int la pàia,
brótta canàia,
sèlta int i spén,
brótt birichén.
…e le ragazze da marito:
Mi pèder con mì mèder
tótt dù sàtta al camén
i én là ch’is cunsiglièven
par maridèrum mé
par maridèrum mé.
Botta e risposta tra un pastore di Ozzano e il mese di Marzo che volge alla fine :
Mèrz marzócc’
t’an m’è mégga fàt murìr i mì caprócc’
Trì dé ai ò ànch,
trì dé ch’a tóii in prèst dal mì cumpèr Avréll :
i tù caprócc’ a ti farò murìr.
Alcuni ladri rubarono i polli a un tal Isót e gli restituirono il gallo castrato, scrivendo:
At salùt, Isót, al mì padràn.
A sàn andè vì gàl e a sàn turnè capàn.
Avì da scusèr ‘sté soquànti matén-ni
ch’a sàn stè a nóz dal vóstri galén-ni!
Si diceva ai bimbi dondolandoli sulle ginocchia:
Sàiga butàiga,
Zanén con l’Adelàida,
al Pèpa in caróza,
viva viva la patóza.
…e durante la raccolta delle foglie:
Gambén, gambén d’usgnól,
zà pr’él tàu gàmb cróda al bagnól.
Gambén, gambén ‘d lusérta,zà pr’él tàu gàmb cróda la mérda
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 18:52:00 0 commenti
Argomento: Rime in pillole
RIME IN PILLOLE (pagina 14)
Tó surèla, ch’la busèdra,
l’um d’mandé ed fèr l’amàur,
una sìra scùra e cèra,
con del paról, con dal savàur.
Ai scrivé una litrén-na
profumèda, tarzanlèda,
par la pósta sigilèda,
a scrivé sìra e matén-na.
Pàsa un’àura, a in pàsa dàu,
pàsa trài e inción se v’dèva!
Sèlta fóra un umaràz
col bastàn pió lóngh d’un bràz:
“Ciàpa quàssta e pò va vì!
Ciàpa ‘st’ètra e scàpa vi!”
E l’Ernèsta ch’da la f’nèstra
stèva a dìr:”Tu só ch’i plón!
Va là, at stà bàn, quaiàn!”
Queste furono raccolte a Sasso Marconi nella prima metà del Novecento :
Sàn-na l’Avemarì,
chi é a cà d’èter vàga vì.
An déggh mégga par vó, cumpèr,
ch’a p’sì stèr qué fén ch’av pèr,
mó se mé a fóss in cà vóstra,
cómme vó a sì in cà mì,
al s’ré bèle trài àur ch’a s’ré andè vì!
***
An m’arcurdèva pió
ch’a féss l’amàur con vó!
Am véns in mànt aìir
ch’a v’gnèva tótti él sìr,
mó par scaldèr él scràn
e par tirèrum só !
An m’arcurdèva pióch’a féss l’amàur con vó!
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 18:49:00 0 commenti
Argomento: Rime in pillole