giovedì 10 giugno 2010

PÈVEL

È la versione dialettale bolognese del mio nome: Paolo. Una versione che sta andando velocemente in disuso (oggi si usa per lo più Pàolo anche in dialetto), mentre sembra resistere di più il suo diminutivo pavlén (Paolino).
A proposto di questo nome e del suo diminutivo, non posso fare a meno di osservare, come già fatto altrove, la curiosità tipica del bolognese (e anche del tedesco), dove, a differenza dell’italo-toscano in cui per fare i diminutivi cambia solo la desinenza, mentre la base resta uguale, da noi, talvolta, cambia anche la base! O meglio, cambia una vocale della base che può essere ad inizio di parola (érba e arbén-na oppure óca e ucarén-na, ecc.), ma anche a metà della parola (Pèvel e Pavlén, come in questo caso, o lèt e litén, ecc.). Non esiste una regola precisa e solo alcune parole presentano questa curiosa anomalia ed è anche per questo che il bolognese è difficile per chi non sia nato qui: noi queste cose le abbiamo imparate inconsciamente ad orecchio!
Ma Pèvel induce ad altri ragionamenti. In italiano è, come detto, Paolo, in francese, inglese e tedesco e qualche altra lingua Paul (stessa scrittura per pronunce diverse), comunque tutte versioni che contengono il dittongo –ao oppure –au.
In bolognese e anche nelle lingue slave (Pavel), al contrario, la vocale tonica è seguita dalla “v”. Forse ci sarà qualche motivo specifico, a me sconosciuto, ma ho pensato che esso possa nascere dal latino. Il nome Paulus deriverebbe da paucus, cioè poco, piccolo, ma esso potrebbe anche essere stato incrociato con parvus, che significa sempre piccolo, ed ha la “v”! Beninteso questa è solo una mia supposizione che andrebbe però ad avvalorare quanto sostengo da tempo e cioè che le lingue europee e i dialetti italiani, a differenza del toscano (e perciò dell’italiano), sono più aderenti alla morfologia latina! È un fenomeno che mi sembra da un lato normale e dall’altro strano: normale perché ogni dialetto o idioma neolatino deriva autonomamente dal latino e perciò parallelamente al dialetto toscano; strano, perché proprio l’italiano che è la lingua erede dei Romani, nata qui in Italia, è maggiormente diversa dall’originale!
Spagnolo e portoghese (non so nulla del rumeno, ma credo che si dica in maniera simile a Pavel), cioè le due lingue neolatine, non hanno né il dittongo –au/-ao, né la “v”, ma fanno Pablo e qui mi produrrò in una delle mie solite…illazioni. È probabile che la ”b” sia originariamente la “v” di un antico “Pavlo” e che sia poi diventata “b” a causa del caratteristico betacismo degli iberici, i quali scambiano le due labiali “p e b”, ciò che è andato ad influenzare tutti i nostri dialetti meridionali, dove si dice “varca e vase” per “barca e baci” e anche “bidi e abbocato” per “vidi e avvocato”!

Concludo qui le mie fantasie, anche perché, se qualche glottologo le dovesse leggerle, potrei anche trovarmi in pericolo di vita!

Paolo Canè

2 commenti:

paolo.turco@gmail.com ha detto...

Complimenti, ho letto fin qui con gran godimento, riuscendo a comprendere quasi tutto, anche se non sono bolognese; ma ho studiato a Bologna e ora, dopo essere stato altrove per tutta la mia vita lavorativa, ho scelto da ormai dieci anni di tornare qui perché amo molto questa città, la sua gente, e le sue tradizioni più genuine.
Anch'io mi chiamo Paolo, e penso che il nome derivi dal latino parvulus, il diminutivo di parvus, piccolino, da cui discende anche l'italiano "pargolo".

paolo.turco@gmail.com ha detto...

Complimenti, ho letto fin qui con gran godimento, riuscendo a comprendere quasi tutto, anche se non sono bolognese; ma ho studiato a Bologna e ora, dopo essere stato altrove per tutta la mia vita lavorativa, ho scelto da ormai dieci anni di tornare qui perché amo molto questa città, la sua gente, e le sue tradizioni più genuine.
Anch'io mi chiamo Paolo, e penso che il nome derivi dal latino parvulus, il diminutivo di parvus, piccolino, da cui discende anche l'italiano "pargolo".
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