giovedì 14 giugno 2007
LA MOTOZICLATTA (n. 11)
Un ragazèl al s'éra cumprè una motoziclàtta nóva e al carghé int al sidélli de drì un só amìgh par fèri vaddér la velozitè e la frenè fenomenèl.
"La vàddet ch'la chèrta là par tèra? Guèrda mò!"
Al partéss ed gràn vulè e al fa una gràn frenè, própi a dù zentémeter da la chèrta.
"Al vàddet adès ch'l'àlber?" - "No, no, và piàn ch'ai ò póra!" ai dìs l'amìgh.
"Mó ché póra, stà da vàdder!"
Una gran vulè e una gran frenè a dàu dìda da l'àlber.
"La vàddet adès ch'la cà là in fànd?" - "Par l'amàur d'Idìo, brìsa ch'am vén mèl!"
"Tén’t atàch!"
Un'ètra gràn vulè al als fàirma a dìs zentémeter da la cà!
"Alàura cus'in dìt?"
"A déggh che t'è da turnèr là da la chèrta!"
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 17:08:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
UN BROTT CAGNAZ (n. 9)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:56:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
Misteri delle antiche Mura
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:54:00 0 commenti
Argomento: Storia di Bologna
Proverbio n. 18
Al méii al métt al cùl in sgumbéii.
Una delle proprietà del miglio.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:48:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 17
Al làuv an chèga agnì.
Chi è cattivo non può fare che cattiverie.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:48:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 16
Al galavràn dagli èli d’ór als farmé in vàtta a una bèla mérda.
Bel giovanotto che si mette con una donna brutta.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:46:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 15
Al gàl al cànta in vàtta a l’aldamèra.
Dicesi di chi è euforico benché in situazione disastrosa.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:45:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 14
Al curàg’ al l’à int al cùl.
Dicesi di pusillanime.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:44:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 13
Al bùs dal sèt g’gràzi.
Una definizione del sesso femmminile.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:43:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 12
A la sìra tótt león e a la matén-na tótt quaión.
Facile restare alzati, meno facile svegliarsi presto.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:42:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 11
Ai vìc’ i én brótt trì “C”: caschè, catàr e cagarèla.
Tre pericoli per le persone anziane.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:40:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
AL GRANADEL (n. 8)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:38:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
mercoledì 13 giugno 2007
IL DIALETTO CHE SE NE VA
Il popolo analfabeta imparava il dialetto ad orecchio e pertanto non sapeva scriverlo, anche perché non aveva bisogno di scriverlo. Alcuni documenti attestano che altri, prima di Dante, hanno tentato di scriverlo, ma si trattava di casi sporadici, di autori non certo all'altezza dei grandi del due e trecento e di lingue volgari, le quali restavano comprensibili in un'area ben più ristretta rispetto a quell'Italia, ancora da venire, che si estendeva per tutto lo Stivale e che parlava dialetti diversi, ma pur sempre figli del latino. Dante stabilì che quello doveva essere l'italiano e mi piacerebbe sapere se egli stesso si sia reso conto di aver "inventato" una lingua che sarebbe durata per sempre! Com’è noto, altre Scuole precedettero quella toscana (quella siciliana e quella bolognese, le quali, per poco, non ebbero il sopravvento) a dimostrazione che una "lingua italica" non era soltanto un gioco, un’utopia o un esercizio intellettuale, ma una necessità sentita dalle Alpi al Mediterraneo. Il popolo dunque continuava col suo dialetto (e in qualche misura anche il popolo attuale, continua così dopo otto secoli!) e forse buona parte di esso, pur essendo contemporaneo di Dante, nemmeno conosceva né lui, né gli altri grandi del tempo. Sarebbe sciocco pensare che, dopo Dante, tutti gli italici improvvisamente si siano messi a parlare italiano! Ci sono voluti secoli, non solo, ma presumo che anche la nuova lingua sia stata appresa, poco e male, ad orecchio e perciò veniva parlata, ma non scritta da quella gente che in maggioranza era e restava analfabeta!
Le scuole aperte a tutti sarebbero arrivate molto più tardi. Così piemontesi e veneti, romani e napoletani, siciliani e sardi avrebbero continuato per secoli a parlare i loro diversissimi dialetti, anche se diversi lo erano soprattutto per ragioni fonetiche e meno per morfologia e sintassi.Anche i toscani continuarono a parlare quel dialetto (oggi chiamato, chissà perché, "vernacolo"!), il quale non doveva essere molto diverso da quello di oggi e dal quale, anno dopo anno, la nuova lingua italiana prendeva sempre più le distanze, fino a passare da una presunta identificazione, ad una semplice somiglianza. E' sbagliatissimo pensare ciò che troppi ancora oggi dicono con convinzione e cioè che il toscano sia la vera lingua italiana. Ancora più sbagliato è credere, come spesso si sente dire, che l'italiano più puro si parli a Siena! I toscani, ieri come oggi, parlano il dialetto toscano e…sarebbe bene che qualcuno li convincesse di ciò, visto che essi sono i soli italiani a non fare nessuno sforzo per parlare in lingua (come invece fanno gli altri 50 e passa milioni), poiché parlano lo stesso e identico idioma con tutti: in famiglia, sul lavoro, con gli altri italiani e perfino con gli stranieri! E il grande Manzoni (che in altra sede ho chiamato irrispettosamente "il lavandaio"!), secondo il mio modestissimo parere, anziché prendere a modello il toscano, poteva scegliere tra i grandi che lo avevano preceduto (Leopardi, Foscolo, ecc.) e, perché no, poteva prendere lo spunto dallo stesso italiano che si parlava in Lombardia, come si presume che parlassero Renzo e Lucia, quando non parlavano dialetto! In ogni caso anche "Don Alessandro" ha dato il suo importante contributo al consolidamento della nostra lingua: quella che oggi viene parlata in televisione (anche se non sempre!) e dagli attori di teatro, ma non certo quella parlata in riva all'Arno! Oggi l’italiano è una realtà sempre in movimento, come ogni cosa del resto, ma è una lingua ben definita le cui regole sono abbastanza precise, anche se non esatte come quelle del latino classico.
Una lingua che accoglie continuamente neologismi e parole d’origine straniera (come forse è sempre stato), ma le cui regole grammaticali e anche fonetiche, sempre che subiscano cambiamenti, li subiscono in tempi molto più lunghi. L’annosa diatriba tra linguisti (conservatori e progressisti, proprio come in politica!) continua e non avrà mai fine: per quel che può contare, il mio parere è che non è né possibile, né giusto imbalsamare la nostra lingua, ma nemmeno dobbiamo avere troppa fretta di cambiarla e di renderla simile…all’inglese! Occorre fare le cose con calma e con giudizio: ciò che ho letto di recente sulla ventilata introduzione della "k" nelle parole "che" e "chi" (gli orribili "ke" e "ki") solo perché i giovani "cellularedipendenti" così scrivono per praticità nei loro "messaggini", mi sembra un'enorme corbelleria! Tuttavia, visto le tante stupidaggini ed oscenità di successo, non mi stupirei che un giorno la Crusca accettasse questa proposta, la quale peraltro sarebbe un ritorno e non una completa novità ("sao ko kelle terre…"). Un’altra cosa che non ho mai capito è perché gli attori di teatro, gli annunciatori ed i messaggi pubblicitari dicano "zio" e "zucchero" usando la "z" aspra (cioè quella di "spazio") e non quella dolce (quella di "zappa") e mi risulta che in nessuna regione d'Italia, nemmeno in Toscana, si dica così! Misteri!
Questo è l'italiano: la lingua che ci ha permesso di capirci tra noi, di cementare la nostra Unità Nazionale ed il cui apprendimento ha fatto passi da gigante dal 1860 in poi, per via della massiccia scolarizzazione prima e dello sviluppo di tutti i mezzi di comunicazione del XX secolo poi: 150 anni che hanno significato per la lingua italiana molto di più degli oltre 6 secoli precedenti! Una lingua che in larghe fasce di popolazione ha preso il posto dei dialetti: sono sempre di più gli italiani che NON parlano e non capiscono più il dialetto, soprattutto perché non ne hanno più bisogno. La mia generazione ha subìto l'ostracismo al dialetto: i nostri genitori erano convinti che non si dovesse parlare dialetto, perché riduttivo, perché volgare e ce lo impedivano, a volte anche con la forza. Erano convinti che il dialetto fosse corruzione dell’italiano e non sapevano, per loro ignoranza, che l’italiano si era venuto a formare molto più tardi del dialetto. E' per ciò che una buona metà di noi non parla e non capisce (o capisce poco) il dialetto: l’altra metà, me compreso, ha dovuto impararlo se mai voleva comunicare coi nonni! I nostri figli non lo parlano mai e pochi lo capiscono. I nostri nipoti non lo parlano e non lo capiscono affatto! Nel giro di mezzo secolo il dialetto, almeno a Bologna e in tutto il Nord ad eccezione del Veneto, si è praticamente estinto. Negli ultimi 30 anni si sono avute molte pubblicazioni intese a rivalutare il dialetto come cultura da non disperdere; si rappresentano commedie dialettali, dove però gli attori, anche i meno giovani, lo parlano abbastanza male! Sono quasi tutti dilettanti, è vero, ma tale dilettantismo sarebbe anche accettabile, quanto a recitazione, ma come bolognesi il dialetto dovrebbero saperlo parlare!Si dice di voler salvare il dialetto, si scrivono trattati, si rappresentano commedie, ma si "dice" solo e non si "fa" nulla per salvarlo!
In questo modo il dialetto viene visto come un animale esotico in gabbia che si va a vedere per curiosità e non per altro. La gente sorride sorpresa a certe espressioni colorite (ciò che per essi è novità, per i parlanti è normalità) e tale sorpresa è indice di non conoscenza, infatti la gente legge, ascolta, sorride, ma NON usa! Il dialetto è considerato, dai miei coetanei e al massimo dai nostri figli, alla stregua di un fenomeno da baraccone (dai nostri nipoti nemmeno quello!) e non come una "cosa" da usare, come lo è per me, per mio padre e per tutti quegli anziani, finché vivranno, per i quali il dialetto è ancora la prima lingua, quella più vera, spontanea e connaturata, mentre è l'italiano, in un certo senso, ad essere ancora estraneo! In un mondo nel quale ormai tutti parlano italiano, nel quale la nuova Europa si sta chiedendo quale lingua adottare, nel quale l'inglese sta sempre più rubando linfa alle altre lingue, è difficile che i dialetti possano sopravvivere, se non come…reperti archeologici,antiche case che vengono restaurate e conservate, ma nelle quali nessuno si sognerebbe più di abitare! E saranno i nostri dialetti settentrionali (gallo-italici) a sparire per primi, poiché più diversi dalla lingua, poi toccherà anche agli altri. D'altronde è naturale che le lingue spariscano: chi parla più osco, etrusco o sannita? Teniamoci dunque il nostro caro bolognese. Amiamolo e curiamolo, come un vecchio parente o un caro vecchio cane che avrà ancora poco da vivere, ma che almeno passi serenamente gli ultimi anni.Anche per i dialetti vale la classica domanda che si fanno gli investigatori: cui prodest? “a chi serve” un dialetto, quando tutti parlano la lingua e tutti sono impegnati ad imparare l'inglese, il francese o il tedesco? E' giusto così, anche se dobbiamo purtroppo registrare che i nostri giovani non sanno il dialetto, ma stanno anche disimparando l’italiano! Ascoltano canzoni americane e non le capiscono, perché non sanno neppure l’inglese, benché lo studino a scuola!
Paolo Canè
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 15:45:00 1 commenti
Argomento: Lingue e Dialetti
Proverbio n. 10
Ai tràmma al quaiarén (el stiàp).
Effetto della paura.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 15:44:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 9
Ai rédd al cùl.
Espressione di gioia maligna.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 15:41:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 8
Ai pózza la salùt.
Dicesi di imprevidente.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 15:40:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 7
Ai piès pió l’óca drétta che l’anàdra zópa.
Una questione di gusti!
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 15:39:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
martedì 12 giugno 2007
Proverbio n. 6
Ai ò una fàm ch’magnarévv un cìnno mérd.
Una bella fame!
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 16:10:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
lunedì 11 giugno 2007
Le Mura e le Porte di Bologna
1) Porta Stiera: dalle parti delle Vie Ugo Bassi/Galliera, vicino a Porta Castello.
LA SECONDA (quella detta dei torresotti o dei serragli) non è facilissima da individuare, a causa di cambiamenti, sventramenti e bombardamenti accaduti nel frattempo, ma dovrebbe più o meno coincidere con le seguenti attuali strade, le quali ne costituivano il fossato esterno, alimentato dai Canali di Savena e di Reno:
1) Via Riva Reno
Abbastanza certo e ancora ben visibile, sulla pianta della città, il tratto da Via Riva Reno a Via G. Petroni, più incerto e confuso il resto, per via d'evidenti cambiamenti, ma presumibile dagli antichi nomi delle strade. La parte occidentale sarebbe quindi molto vicina a quella dell'antico reticolo romano, un poco più verso il centro.Quanto alle "posterle" o "torresotti" erano 18 (credo che alcune avessero la posterla e anche il torresotto, come nel caso di Porta Nova). Anche qui le notizie sono abbastanza confuse e contraddittorie (c'è chi ha scritto che le porte erano 16 o 17), ne faccio comunque un elenco, evidenziando in grassetto le quattro ancora esistenti:
1) torresotto dei Piella (nella via omonima, forse detta anche Porta Govese)
Pareri discordi sulle date anche in questo caso: si vuole l'inizio nel 1176 ed il completamento nel 1192 (1208 per alcuni), ma il Menarini accenna alla data del 1070, ciò che appare poco probabile, poiché in quell'anno esisteva ancora la prima recinzione, ma penso che si tratti di un errore di stampa (1170 anziché 1176).Questa cinta non fu distrutta da eventi bellici, ma gradatamente inglobata in successive costruzioni e parzialmente smantellata per ricavarne materiali. Delle mura, oltre ad un vestigio nei Giardini Pincherle, è visibile un tratto in Piazza Verdi, un altro all'interno d'un negozio attiguo alla porta di Piazza Aldrovandi e un altro ancora in Casa Murri-Redenti in Strada Maggiore,39. Di altri non so. Il loro percorso è più evidente di quello della prima cerchia, perché i canali di Savena (da un lato) e di Reno (dall'altro), benché ora intombati, fungevano da fossato all'esterno delle mura stesse, oltre che essere guazzatoi e fonte d'energia. Canali che oggi in buona parte corrispondono a strade, la cui forma circolare è ben chiara osservando la pianta della città. Nell'attuale via Rialto l'acqua faceva un salto (Braina di Fiaccacollo, cioè "a rompicollo") e lo stesso Borgonuovo fu probabilmente così chiamato poiché era un nuovo borgo al di fuori della addizionale longobarda. Del resto la denominazione di "borgo", rimasta in parte fino ai nostri giorni, indicava agglomeramenti sorti al di fuori delle mura, specialmente da quelle della prima cerchia. L'urbanistica nei secoli è mutata e non sempre l'antico muro e fossato corrispondono a strade attuali.
LA TERZA ed ultima è quella ancora esistente, o meglio, esiste ciò che resta dopo i barbarici abbattimenti iniziati sotto il sindaco Dallolio a partire dal 1901-02, quando furono distrutte gran parte delle mura, due porte ed alcune torri millenarie! Ma già verso la metà del '500 erano stati utilizzati i merli per costruire il condotto che porta l'acqua alla fontana del Nettuno. Si sa che il primo tratto fu quello tra Porta S. Felice e la Fortezza del Pratello, eppure anche in questo caso ho trovato discrepanze circa la data di costruzione: chi dice vagamente "tra XIII e XIV secolo" , chi dal 1337/40 e chi ne indica la costruzione nel 1390, anche perché, nel 1363, lo "studente" Francesco Petrarca descrisse le mura di Bologna come "steccato sconnesso". E' probabile che…tutti abbiano ragione, poiché la terza cinta fu progettata, come palizzata, nel 1226, ne fu decisa la costruzione in muratura nel 1327 e fu terminata nel 1390! Nonostante lo scempio, ne esistono ancora diversi tratti che sono visibili lungo i viali della circonvallazione, i quali combaciano con la cinta (tranne che nei pressi della Stazione)e, molto più stretti di oggi, ne costituivano di certo il fossato. Le Porte (senza contare alcune posterle) erano 12 ed oggi ne restano 10: nei secoli alcune sono rimaste originali, altre sono state abbattute e poi ricostruite in stili diversi, altre ancora subirono sovrastrutture posteriori, oggi in tutto o in parte eliminate, per lasciare solo il corpo originale.Esse sono, in ordine, le seguenti:
1) Porta Maggiore (o Mazzini) – rudere originale del XIII sec.
A partire dal 1600/1700 mura e porte cominciarono a diventare inutili ed è questo il motivo per cui non fu mai costruita una quarta cintura (…se si vuole escludere la Tangenziale che funge solo da circonvallazione e che abbraccia solo parte della città). Le ricostruzioni operate alle porte dal '600 in poi furono probabilmente lavori d'estetica, come sicuramente è successo per la recente Porta Saragozza, collegata con l'inizio del portico di San Luca e ricostruita nell'800 per onorare la Madonna.Mura e porte pertanto ormai obsolete, ma questa non fu una valida ragione per abbatterle soltanto un secolo fa! Ho sempre pensato che i nostri cari amministratori avessero la vista corta, poiché, dopo l'abbattimento di antiche torri verso il 1920, ci siamo potuto godere per soli 50 anni la nostra "Bologna più moderna", dopo di ché siamo stati costretti a…vietare il traffico nel centro storico! Se i nostri urbanisti fossero andati cent'anni fa a vedere le città di New York, Chicago o Los Angeles, dove il traffico era ben più caotico del nostro e dove non si sono mai sognati d'abbattere le loro rare costruzioni vetuste, forse avrebbero operato diversamente! E ciò vale anche per la tangenziale, già troppo stretta 20 anni dopo la sua costruzione.
CONCLUSIONE: la Bologna del basso Medio Evo contava 50.000 abitanti i quali vivevano quasi interamente dentro la mura. Oggi siamo 7 volte di più, ma anche la città è circa 7 volte più grande. Oggi essa ha valicato la cinta muraria e si è estesa un po' in tutte le direzioni, inglobando non solo i vecchi borghi, ma anche quelli più lontani (Borgo Panigale) e diversi altri centri limitrofi (Casalecchio, Zola Predosa, Castenaso, San Lazzaro, ecc,) pur se dotati di amministrazioni autonome. La maggior espansione è avvenuta lungo la via Emilia, come del resto è accaduto in tutte le città della Regione: una strada costruita oltre 2000 anni fa (allora doveva essere un'opera quasi paragonabile alla Grande Muraglia cinese, benché 15 volte più corta!), che è ancora di importanza vitale: durerà tanto la tangenziale?Ma se guardiamo la pianta della città, limitatamente allo spazio entro la cerchia muraria, ogni elemento di cui ho parlato finora risulta ancora evidente, pur se nel corso di un millennio abbattimenti, ricostruzioni, nuove strade, copertura dei canali e quant'altro ne hanno sensibilmente cambiato la fisionomia. Innanzitutto la zona più centrale (e che è sempre stata centrale!), dalle Due Torri fino a Piazza Nettuno, lungo la via Rizzoli (decumano massimo), e zone limitrofe, mantiene pressappoco il reticolo romano ed alto medievale, con decumani minori e vari cardini che si intersecano in modo ancora regolare, creando spazi quadrati. Alle spalle delle Due Torri è ancora bene evidente la cosiddetta "addizionale longobarda": una zona a forma semicircolare (le vie Sampieri, dal Luzzo, Castel Tialto e poi Vicolo Alemagna, via Caldarese, fino a via Benendetto XIV e vicolo Broglio), costruita a ridosso delle mura di selenite.I longobardi la costruirono in quel punto, come una sorta di fortilizio,per fronteggiare eventuali attacchi da parte dei bizantini ravennati, conferendo a Bologna la tipica forma a raggiera con strade che, dalla seconda cerchia, vanno in tutte le direzioni. Una caratteristica medievale con strade che partono da un centro o castello o borgo per irradiarsi nelle diverse direzioni. In questa pianta il centro è rappresentato dalle Due Torri, anche se qualcuno si divertì ad individuarlo all'inizio di via Montegrappa (via Pietrafitta), dove appunto un "fittone" indicava l'esatto "ombelico" della città.L'ultima cerchia è più evidente ancora (per via dei viali di circonvallazione) e mantiene, più o meno, la stessa forma circolare-ovale della cinta del mille.In periferia gli urbanisti si sono sbizzarriti, disegnando zone di tipo "romano", altre di tipo "medievale" ed altre ancora di tipo promiscuo, ma mi sembra di poter dire che nessuno è riuscito a dare alla città quella funzionalità di traffico che dovrebbe avere, dall'insufficienza dei parcheggi a quella della tangenziale, all'assenza di una linea metropolitana, alla scarsa funzionalità dei mezzi pubblici, all'eterno intasamento degliautomezzi, impediti da ogni tipo di ostacolo, come se noi cittadini dovessimo scontare il delitto di…non andare più a cavallo o a piedi!Credo che fossero più bravi gli antichi urbanisti bolognesi (i quali fecero la geniale invenzione dei portici) e più ancora i romani, forse perché Roma era allora ciò che sono New York, Chicago e Los Angeles oggi ed essi non avevano bisogno di sbagliare, poiché già sapevano quali fossero le cose giuste da fare per organizzare il traffico di una città. E non solo il traffico!
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 19:27:00 1 commenti
Argomento: Storia di Bologna