lunedì 25 giugno 2007

Proverbio n. 46

As i vàdd la gàula p’r al bùs dal nès (L’à al nés a la glòria).
Dicesi di persona col naso all’insù.

Proverbio n. 45

As i vàdd i dént in bàcca p’r al bùs dal cùl.
Dicesi di persona magra e malandata.

Proverbio n. 44

As dùra pió con la bàcca avérta che con un bràz drétt.
L’uomo fino a sessanta, la donna finché campa!

LA PIAZZA MAGGIORE DI BOLOGNA

Se Bologna, nel suo insieme, è un gioiello, Piazza Maggiore è il brillante che lo impreziosisce! Non starò a descrivere questa piazza, della quale peraltro parlano tutti i libri su Bologna e sulla quale qualche tempo fa Eugenio Riccomini fece una conferenza "in loco" di due ore. Una piazza cantata da Lucio Dalla, il quale però la chiama Piazza Grande, confondendola con quella degli "odiati" modenesi (ma forse per motivi di metrica) e cantata col suo vero nome da Dino Sarti.
Mi limiterò a fare qualche considerazione, ancorché si tratti di cose già note.
L'antica "Platea Major" era uno spazio di circa un ettaro (10.000 metri quadrati, cioè uno spazio di 100x100 metri, per chi abbia dimenticato i tempi della scuola!) che comprendeva, oltre all'attuale piazza, buona parte dello spazio occupato ora dalla cattedrale di S. Petronio, dal palazzo Comunale, da quello del Podestà e di Re Enzo e perciò più vasto. Uno spazio, creato forse dai romani, poi occupato da un dedalo di stradine tra decine di catapecchie e, più tardi, da diverse chiese ed altri edifici. Restò così fino all'anno 1200, quando fu aperta, dopo un "sonno" secolare, durato dalla caduta dell'Impero Romano (476 d.C.) fino oltre la tornata del 1° millennio, a parte l'illuminato mandato del Vescovo Petronio (432-450). Un periodo nel quale successe poco, escludendo le invasioni barbariche, le ondate delle varie pestilenze, l'incisiva dominazione longobarda e l'infausta decisione di Carlo Magno, al quale, per primo, venne in testa l'idea di consegnare Bologna allo Stato Pontificio (774)! Un lungo periodo di decadenza, di distruzioni e di carestie, ma poi avvenne il risveglio: la grande stagione dei Comuni e delle Signorie, durante la quale la città conobbe fama (lo Studio dal 1088 in poi), potenza e benessere diffuso (anche se non esteso a tutti!). Un risveglio del quale Piazza Maggiore è l'emblema ed è di questo che voglio parlare, come fotografando quel periodo. Riassumo brevemente quanto ho già detto, ma che è utile per inquadrare questa piazza nel suo periodo storico:
Le vecchie mura di selenite durarono dal V° secolo (chi dice prima, chi dopo) fino al 1163 e videro perciò il sorgere delle prime torri e del giovane Comune.
Le torri cominciarono a sorgere dall'anno 1100 circa al 1260 circa, anche se alcune (come quella dei Bentivolgio, poi distrutta) sono d'epoca rinascimentale.
Il libero Comune fu istituito ufficialmente dal 1116 (anche se aveva già dato i primi segni di vita intorno al 970!) e durò fino al 1278. Seguì un periodo di lotte.
Di mura furono costruite altre due cinte: la prima tra il 1176 e il 1192, la seconda che durò dal 1337 circa al 1901 quando altri "disgraziati" decisero di abbatterle!
Le Signorie, infine, andarono ufficialmente dal 1315 al 1512, tra Pepoli, Visconti e Bentivoglio, oltre lo sciagurato settennio di Bertrando del Poggetto (esattamente Bertrand du Pujet, uno dei tanti francesi e preti tragici della nostra storia!).
Dal 1512 fino al 1859, Bologna ricadde tra le grinfie dei Papi ed ebbe perciò altri tre secoli e mezzo di grigiore politico, economico e culturale, tanto che gli studenti della Università, al tempo dell'arrivo di Carducci, erano meno di 1000!
Ma torniamo alla nostra magnifica piazza ("la piàza" per antonomasia dei vecchi bolognesi) che è il simbolo di questi 4-5 secoli di splendore, tra la… nebbia!

Il caso ha voluto che i "picconatori" abbiano imperversato dappertutto, tranne che in piazza Maggiore è questo è forse il vero miracolo operato, dall'alto, da S. Petronio! Il risultato è che la nostra è una delle poche piazze al mondo, intorno alla quale sorgono edifici, non dico coevi, ma quasi, e comunque antichi! Anche quando l'Uomo ci ha messo mano, lo ha fatto con rispetto e perizia (Fioravanti, Vignola, Rubbiani), tanto da abbellirla ancora di più se mai ciò fosse stato possibile. E vediamole queste date, peraltro non del tutto certe, a causa di diverse e contrastanti testimonianze.
Intorno allo spoglio "crescentone", inspiegabilmente privo di monumento, fontana, obelisco, aiuole o quant'atro, possiamo ancora ammirare:

1) Il Palazzo del Podestà, le cui parti più antiche risalgono al 1200 (il primo Podestà si insediò nel 1164), anche se poi fu rifatto da A. Fioravanti tra il 1472 e il 1484.
2) Il Palazzo Re Enzo, già Palazzo Nuovo del Comune (il vecchio era a fianco di S. Petronio), che fu costruito dal 1244 al 1246, per diventare quasi subito la prigione dorata dello sfortunato Re. A fianco il Palazzo del Capitano del Popolo.
3) Il Palazzo Comunale o Palazzo d'Accursio, la cui costruzione iniziò nel 1245 o nel 1292, secondo altri, ma forse fu la successiva aggiunta del P.zzo del Legato.
4) Il Palazzo dei Notai, costituito da due corpi e mirabilmente ristrutturato dal Rubbiani, la cui costruzione cominciò pare nel 1278, ma altri dicono nel 1381: errore o le due date si riferiscono alla costruzione dei due corpi del palazzo stesso?
5) La Chiesa di San Petronio, emblema del potere comunale, contrapposto a San Pietro che era l'emblema di quello papale (pur se si tratta… di due chiese!), la cui costruzione iniziò intorno al 1390 e fu interrotta nel 1562 (altri dicono 1512-15). Perché fu interrotta? Alcuni dicono per mancanza di fondi (a quel tempo sia il Comune, che le Signorie erano già stati… archiviati). Altri dicono per decisione papale, il quale non avrebbe voluto che S.Petronio divenisse più grande di S. Pietro in Roma e le fece costruire accanto la nuova sede dello Studio (Archiginnasio), anche per poter tenere sotto controllo docenti e studenti, in un clima di rigorosa Inquisizione. Se San Petronio fosse stata ultimata, avrebbe avuto non solo la facciata completata, ma anche gli altri due bracci della croce del progetto iniziale, che prevedevano una grande cupola alta 150 mt., ben quattro campanili e si sarebbe estesa fino alle attuali Vie Farini, D'Azeglio, P.tta De'Celestini, Galleria Cavour, ecc.! Ma anche così resta la terza della cristianità in ordine di grandezza.
6) Il Palazzo dei Banchi, che esisteva già in parte nel 1412 (Portico delle Fioraie), ma che è l'ultimo in ordine di tempo, in quanto costruito dal Vignola tra il 1565 e il 1568. Una "quinta" eccezionale che chiude la mirabile scenografia della piazza.
Volendo ora includere un paio di edifici che non sono in piazza Maggiore, ma che fanno parte di quel periodo, aggiungo:
7) Il Duomo di San Pietro, in Via Indipendenza, datato 1019, ma distrutto dall' incendio e terremoto del 1220, ricostruito nel XIII secolo, crollato nel 1599 e infine ampiamente ristrutturato in quegli anni, nello stile in cui è oggi.
8) Il Palazzo della Mercanzia, nella piazza omonima, gioiello gotico costruito tra il 1384 e il 1391.

E poi, con Giulio II dal 1512 in avanti, sulla Platea Major e su Bologna calò la notte!
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Paolo Canè

venerdì 22 giugno 2007

DAL DUTÀUR (n. 23)

Un umarèl al và dal dutàur parché l'avèva mèl a un dìd:
"Si spogli!"
"Cómm si spogli, ai ò mèl a un dìd!"
"Ho detto si spogli: chi è qui il dottore?". Bruntlànd al và int al spuiadùr e as chèva incósa. Int un cantàn ai é un ètr'umarén tótt nùd ch'l'aspèta e a gli dìs:
"Guèrda bàn che fàt lavurìr: a sàn v'gnó qué pr'un mèl al dìd e al m'à fàt spuièr!"
"E ló am al vén a dìr con mé? Ch'al pànsa che mé a sàn al pustén e a sàn v'gnó a purtèr un telegràm!"

AL PUSTÉN (n. 22)

Un pustén al và dàntr'à un rastèl, quàd un càn ai và incànter tótt catìv. Al le sèra in fùria e la padràn-na:
"Ch'al véggna pùr dànter, tànt a l'avàn castrè".
"Sgnàura, mé ai ò póra ch'am mósga, mégga ch'am càza int al cùl!"

Proverbio n. 43

Armistièr la frùta col pugnàtt.
Confondere cose eterogenee.

Proverbio n. 42

Arméttri l’èsen e i marón.
Subire il danno e la beffa.

Proverbio n. 41

A óc’ as chèga (A óc’ an’s và gnànch al césso).
Nulla si deve fare “ad occhio”.

I PAPI DI BOLOGNA

Quanti sono stati i Cardinali bolognesi che nei secoli sono saliti al Soglio di Pietro? Non moltissimi, se pensiamo che la piccola città di Anagni ha avuto almeno 4 Papi e che Bologna è stata per secoli (seppur recalcitrante!) la seconda città più importante, dopo Roma, dello Stato Pontificio. Quasi tutti sapranno di Prospero Lambertini, molti meno sanno di Ugo Boncompagni, pochi sanno di Gerardo Caccianemici, quasi nessuno sa di Giovanni Antonio Facchinetti de Nuce e di Alessandro Ludovisi. Sono stati 5, anche se un testo in mio possesso parla di 8, ma non specifica il nome dei tre mancanti, i quali peraltro non risultano neppure nell'elenco dei 263 Papi che ha avuto la Chiesa da Pietro a Karol Woytila. A meno che non si tratti di tre Antipapi. A meno che non si tratti di bolognesi, ma di "emiliani", nel qual caso sono stati molti di più, se si pensa che la vicina Cesena ne ha avuti almeno due! Le ricerche continuano.

Gerardo Caccianemici fu il primo, il più sfortunato e fu Papa solo dal 1144 al 1145. Assunse il nome di Lucio II. Fu prima Legato in Germania e, una volta eletto, decise in un sinodo sull'indipendenza ecclesiastica della Bretagna, ma dovette a lungo combattere col Comune di Roma, geloso della propria autonomia, tanto che morì per le ferite di una sassata (pare) durante un attacco al Campidoglio (la sua Bologna non si è nemmeno degnata di dedicargli una strada!)

Andò meglio a Ugo Boncompagni, Papa dal 1572 al 1585 col nome di Gregorio XIII (statua bronzea sulla facciata del Palazzo Comunale ad opera del Menganti, salvata dalla stupidità dei francesi di Napoleone, solo perché fu spacciata per San Petronio!). Uomo di legge, prese i voti a 56 anni (dopo che aveva partecipato come legale al Concilio di Trento) quando aveva già un figlio. Quando la cosa si seppe, il Cardinale Borromeo, che aveva sostenuto la sua elezione, gli disse che, se lo avesse saputo, avrebbe dato parere contrario. Lui, da bolognese verace, gli rispose che lo Spirito Santo lo sapeva e non si era opposto! Fu un Papa onesto e giusto, buon amministratore, curò edizioni di diritto canonico, si occupò efficacemente di politica estera nella lotta contro i protestanti, si preoccupò delle finanze dello stato e, sopra tutto, riformò il calendario che si chiama appunto Calendario Gregoriano (recente strada nella periferia della città).

Il primo dei due più misconosciuti fu Giovanni Antonio Facchinetti de Nuce, Papa per soli tre mesi dell'anno 1591 col nome di Innocenzo IX. Segretario del Cardinale Alessandro Farnese, ebbe cariche ecclesiastiche a Nicastro e Venezia e fu a sua volta Cardinale nel 1583. Partecipò al Concilio di Trento e alla Lega Santa contro i Turchi. Collaborò col suo predecessore Gregorio XIV e fu eletto grazie all'appoggio dei Cardinali favorevoli alla Spagna, per la sua politica antifrancese. (Nessuna strada di Bologna a lui intitolata!).

Il secondo fu Alessandro Ludovisi, Papa dal 1621 al 1623 col nome di Gregorio XV. Abile negoziatore, ma debole di salute, fu affiancato dal nipote Ludovico Ludovisi, il quale governò di fatto e mostrò un vero talento politico. Alunno dei gesuiti e protettore dei Cappuccini, il Cardinal Nipote era convinto che la salvezza del mondo dipendesse dalla diffusione del cattolicesimo. Creò perciò la Propaganda Fide (1622) già ideata da Gregorio XIII Boncompagni, e fece canonizzare Ignazio di Loyola e Francesco Saverio. Il "tandem" papale fece di tutto per sfruttare la piega favorevole presa dalla Guerra dei Trent'anni e profuse energie e denaro, senza scrupoli, per combattere luterani e calvinisti in Boemia, Moravia e Ungheria. Fece passare la dignità elettiva da Federico V del Palatinato al cattolico Massimiliano di Baviera e strinse buoni rapporti con l'Inghilterra. Appoggiò Padre Nobili (1621) il quale convertì al cristianesimo un buon numero di bramini indiani. Da ultimo accettò la mediazione tra Francia, Spagna e Absburgo per la questione della Valtellina. (Anche in questo caso Bologna non ha dedicato nessuna strada, eppure… erano in due!).

L'ultimo e forse il più amato fu Prospero Lambertini, Papa dal 1740 al 1758 col nome di Benedetto XIV, fu il più grande Pontefice del suo secolo. Eminente canonista e politico, era di larghe vedute: contrastò gli avversari, ma riformò l'Indice. Amante delle arti e delle lettere, favorì gli uomini più dotti del suo tempo. Brillante scrittore egli stesso, lasciò diverse opere. Ma fu il suo spirito a conquistare la gente, anche se gli sono stati ascritti aneddoti di dubbia verità. Il "Cardinale Lambertini" di Testonì (che fece la fortuna dell'Autore) ebbe grande successo teatrale. Memorabile e azzeccata l'interpretazione cinematografica del grande attore bolognese Gino Cervi. Cito solo un paio di brevi aneddoti che dovrebbero essere autentici: -ad un ricevimento, una prosperosa signora che portava un Cristo sul petto, gli chiese se gli piaceva: rispose che era bello il Crocefisso, ma ancora più bello era il Calvario! - all'ambasciatore francese, sorpreso a fare pipì in un giardino del Vaticano, disse: "Eccellenza vi prego di astenervi, poiché, se lo sapesse l'ambasciatore spagnolo, così geloso delle sue prerogative, verrebbe a farla in camera mia!" Anche questo era Prospero Lambertini. (Bologna gli ha dedicato una stradina del centro, proprio dove era nato).

NOTA: Secondo quanto scritto dal francese S.rs Rogissart-Havard nel 1709, Bologna avrebbe avuto, in meno di 25 anni, due papi, 8 cardinali e più di cento vescovi. Egli inoltre scrive che, oltre a quelli nati a Bologna, altri due papi “hanno riconosciuto Bologna per patria”. Essi sarebbero Onorio II (Lamberto Scannabecchi) che fu papa dal 1124 al 1130, ma che nacque a Fagnano, vicino ad Imola ed Alessandro V, il quale però fu antipapa, nato in Grecia ed effettivamente sepolto a Bologna (in San Francesco).
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Paolo Canè

giovedì 21 giugno 2007

Proverbio n. 40

An t’gnìr gnànch la péssa.
Non sapere mantenere un segreto.

Proverbio n. 39

An’s pól brìsa spudèr dàulz quànd a s’à l’amèr in bàcca.
Non sempre si può fare buon viso a cattivo gioco.

Proverbio n. 38

An magnèr brìsa pr’an caghèr.
Comportamento di persona molto avara.

I GRANDI SCONOSCIUTI DI BOLOGNA

Com'è vero che Bologna non ha avuto monumenti d'importanza mondiale, è anche vero che non ha dato i natali né a Leonardo, né a Michelangelo, né a Raffaello, tuttavia di cose belle ho parlato finora e di personaggi importanti parlerò adesso. Comincio con 16 nomi in rappresentanza di molti altri. Essi sono tanto noti da essere citati in tutte le enciclopedie e non importa neppure specificare il motivo della loro fama. Hanno strade e piazze a loro intitolate e sono, in ordine alfabetico:
Accursio, Aldrovandi, Carducci, Carracci, Dal Ferro, Galvani, Guinizelli, Malpighi, Marconi, Marsigli, Mezzofanti, Morgagni, Reni, Respighi, Righi e Rossini.
Alcuni di essi sono bolognesi soltanto di adozione, in quanto non nati in città, ma è qui che sono venuti da giovani ed è qui che sono diventati importanti. Eppure… eppure sono convinto che molti miei concittadini conoscono le strade che portano questi nomi, ma non hanno idea di chi fossero questi uomini. E, quel che è peggio, che se ne freghino! Alcuni potranno anche sapere chi fosse Guido Reni o i Carracci o Carducci o Rossini. E chi ignora la fama di Marconi? Ma gli altri undici?
Sanno che Accursio (fiorentino di nascita) fu l'autore della Magna Glossa, testo giuridico fondamentale che riassume tutti gli studi, sul diritto romano, che furono iniziati da Irnerio (altro grande, ignorato però dalle enciclopedie)?
Sanno che Ulisse Aldrovandi fu medico, filosofo, botanico, zoologo, minerologo, geologo e biologo?
Sanno che Scipione Dal Ferro, grande matematico, inventò la "risoluzione algebrica delle equazioni cubiche"?
Sanno che Galvani scoprì l'elettricità animale e aprì la strada alla scoperta di Volta? (…e sanno anche chi era Volta?)
Sanno che Guinizelli fu il padre del “Dolce Stil Novo” e maestro di Dante?
Sanno che Malpighi, oltre a diversi studi, scoprì i globuli rossi e i capillari sanguigni?
Sanno che Luigi Ferdinando Marsigli, oltre che Immortale di Francia e membro della Royal Society, fu soldato, astrologo, scienziato e fisico?
Sanno che il cardinale Giuseppe Gaspare Mezzofanti (oltre che ad essere un grande erudito) parlava ben 70 lingue e 44 dialetti?
Sanno che Gio.Battista Morgagni (forlivese di nascita) fondò l'anatomia patologica?
Sanno che Ottorino Respighi (pur vivendo a Roma) fu un grande musicista bolognese?
Sanno che Augusto Righi (la cui casa di campagna oggi è la mia!) fu un grande fisico, i cui studi aprirono la strada alla famosa scoperta di Guglielmo Marconi?
Dubito! Temo che solo una minoranza di noi sa chi fossero questi personaggi. A proposito di Mezzofanti, voglio ricordare che egli fu l'autore dell'unico sonetto mono sillabico della nostra letteratura:

A ME LA FE' DA (Dammi la Fede)
SE DA TE L'HO (se l'avrò da Te)
BE' FO I MIE' DI' (farò belli i miei giorni)

Ma è soprattutto degli "sconosciuti" che voglio raccontare: quei detentori di primati che nemmeno le enciclopedie menzionano. Io non possiedo, ahimé, la Treccani, ma ne ho alcune, la più recente delle quali è composta di 22 volumi e nemmeno questa cita questi altri 17, che ho preso in rappresentanza di molti altri, dei quali le Amministrazioni della città hanno ritenuto di dover intitolare una strada soltanto a 6 (*)! In ordine alfabetico essi sono:
Camillo Baldi (1547-1634) inventore della grafologia. Graziolo Bambagliolo (* anche se la via si chiama Bambaglioli!) che fu il primo commentatore della Divina Commedia. Emilio Baumann (*) "inventore" dell'Educazione Fisica. Jacopo Bartolomeo Beccari (*) primo titolare di cattedra di chimica in Italia, il quale scoprì il glutine e la caseina. Paganino Bonafede (*) agronomo che per primo volgarizzò le regole dell'agricoltura. Brancaleone degli Andalò, bolognese che governò lungamente e duramente a Roma dal 1252, con la carica di Senatore, in assenza del Papa che si era rifugiato a Napoli. Bulgaro, grande giurista del '200 che aveva lo studio in "Guaita Marchixana" (la via Marchesana attuale), chiamata anche "Corte de' Bulgari" (l'attuale Galleria Cavour), zona che fu anche sede del primo bordello di Bologna…e anche questo è un primato! Rambertino Buvalelli (* metà XII sec-1221) primo poeta italiano in lingua d’hoc. Francesco De Marchi (1504-1576), ingegnere militare che insegnò al mondo la tecnica delle fortificazioni, nonché primo scalatore del Gran Sasso e perciò iniziatore dell’alpinismo. Pier de' Crescenzi (* 1233-1321) spirito eclettico il cui Liber Ruralium Commodorum ridestò e promulgò da Bologna gli studi sulla moderna agricoltura. Famiglia De' Leonardi, inventori delle cantine sotto terra! Guido Faba (prima del 1190-dopo il 1243), iniziatore della prosa letteraria italiana, insieme ad altri retori coevi bolognesi come Fra’ Guidotto da Bologna e Boncompagno da Signa. Madonna Felice da Bologna, poetessa del XV sec. Francesco Griffo, creatore di caratteri per Manuzio. G. Puppi, ideatore del Centro di Calcolo Inter-universitario. Bartolomeo Scappi, cuoco di Pio V, primo a stampare un trattato di gastronomia.
E questi sono soltanto alcuni, delle decine e decine di bolognesi illustri "sconosciuti", i quali meriterebbero citazioni sulle enciclopedie; meriterebbero che Bologna dedicasse loro delle strade (al posto di tanti "signori nessuno" i quali, se mai saranno ricordati tra 50 anni, sarà solo perché le strade porteranno ancora il loro nome!). Meriterebbero di essere conosciuti dai bolognesi, i quali debbono gran parte del loro benessere e della loro qualità di vita all'ingegno di questi grandi uomini!Ma soprattutto (e lo ripeto!) meriterebbero che l'Amministrazione Comunale, dopo aver loro giustamente dedicato strade e piazze, indicasse sulle targhe chi erano questi personaggi e il motivo per il quale sono ricordati, proprio come da qualche tempo vediamo, in targhe rotondeggianti, su Chiese e Palazzi della città.Altrimenti dico, se ci si deve limitare a scrivere su una targa "Via Pinco Pallino" e nient'altro, per quale motivo lo facciamo? Per tacitare la nostra coscienza? Per dovere? Per sadismo nei confronti dei cittadini che si trovano davanti centinaia di nomi senza sapere chi siano? Per dare un titolo qualsiasi ad una strada che, altrimenti, non si saprebbe come indicare? Non dovrebbe avere, chi governa, il dovere di istruire gli ignoranti? Sempre che sia possibile stabilire CHI siano veramente gli ignoranti!(Dubbio : in quanti sanno che Pier Gabriele Goidanich era un illustre glottologo?)
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Paolo Canè

mercoledì 20 giugno 2007

DAL BARBÍR 4 (n.21)

Un barbìr, in st'mànter ch'al tàusa un cliànt, a gli d'mànda scùsa e al và a pisèr càntr'un cantàn d'la butàiga:
"Tànt a màz a vagh vì!"
A la fén dal sarvézzi, al cliànt al se sfióbba al brègh e al chèga in mèz à la butàiga:
"Tànt mé a vàgh vì sóbbit!"

DAL BARBÍR 3 (n. 20)

Un tèl al métt la tèsta dànter dal barbìr e al d'mànda:
"I él dimóndi?"
"Un'àura".
"Và bàn", e al và vì. Dàpp suquànt dé al tàurna:
"I él dimóndi?"
"Tri quèrt d'àura".
"Và bàn", e al và vì.
Sicómm che la stória las ripetèva spàss, al barbìr, curiàus, al déss:
"Cinno và drì a lulé ch'a vóii savàir chi l'é e da che barbìr al và".
Al cìnno al partéss. Dàpp a dàu àur al tàurna:
"Alàura?"
"Dàpp ch'l’é andè vì d'éd qué l'à cumprè al giurnèl"
"E pò?"
"E pò l'à b'vó un cafà".
"E pò?"
"E po' lé andè a ca só".
"E po'?"
"E po' lé andè a lèt con só muiér".
"Béne, alàura gnìnta ed spezièl" a al cìnno: "Un mumànt, pósia dèri dal té?"
"Zertamànt".
"Alàura l'à cumprè al giurnèl, l'à b'vó un cafà, l'é andè a cà tó e lé andè a lèt con muiér!"

DAL BARBÍR 2 (n. 19)

Un òmen con la fàza da "gànster" as métt a séder int la pultràn-na, al pógia la só rivultèla in vàtta al lavandèn e al dìs:
"Bèrba, mó stè aténti an um taièrum brìsa!"
Al barbìr al déss: "Cìnno, sérval té ch'al sgnàuri qué". Al cìnno al tàca e al fà la bèrba ed gràn velozitè.
"Sèt cìnno che t’è dal curàg' ", al déss al cliànt e al cìnno l'arspundé:
"Nà, al curàg' al l'à avó ló, parché mé apànna ch'a v'dèva una guzlén-na ed sàngv a taièva fén in fànd!"

DAL BARBÍR 1 (n. 18)

Un umàz al và dal barbìr e, int al mèz dal sarvézzi, ai vén da spudèr (brótta abitùdin d’una vólta!). Al dìs col barbìr: "Ch'al scùsa" e in st'mànter ch'al stà par spudèr a màn drétta, al vàdd una spézie ed tegàm e acsé al spùda a màn stànca dùv an i éra gnìnta. Al barbìr al fa un sàggn al cìnno ed spustèr la spudacìra. Dàpp un pó ancàura: "Ch'al scùsa" e as vólta a màn stànca, mó al vàdd ch'al tegàm e acsé al spùda a màn drétta. La térza vólta al sèlta só e al dìs:
"Guardè bàn, barbìr, che s'n la smitè ed cambièr sìt a ch'al tegàm, và finìr che mé ai spùd dànter!"

Proverbio n. 37

An i fó mai palàz d’imperadàur ch’an i èva pisè dàntr’un muradàur.
Un’ovvia considerazione!

Proverbio n. 36

Andèr’l a tór in bisàca (int al bisachén).
Andare a quel paese.