giovedì 27 settembre 2007
LA TRÓIIA (n. 67)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 13:51:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
L’INZIDÀNT (n. 66)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 13:49:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
MAGARI E MAGARA
Si tratta di una mia supposizione, poiché non viene riportata né dal Devoto, né dal Cortelazzo, né da altre fonti etimologiche, ma ho notato che in dialetto noi abbiamo entrambe le forme “magàri” e “magàra”. La prima ha lo stesso identico significato dell’italiano (Dio lo voglia, ecc.), la seconda invece ha il preciso significato di “molto”, “troppo”. Infatti è famosa la frase “la famàiia di magàra” che si applica ad una famiglia molto numerosa o ad una combriccola i cui membri sono un po’ troppi!
Si dice anche “ai n’ò magàra” col significato di “ne ho tanti”, parola che ha anche il suo bravo diminutivo “magarén-na”, che significa…”un po’ moltini!”.
Questo “magàra” bolognese (e forse presente anche in altri dialetti settentrionali), potrebbe (dico “potrebbe”!) essere parente di “guari”, parola italiana ormai in disuso che ha pure il significato di “molto, alquanto, tanto”: nota è la forma antiquata “or non è guari” che significa “non molto tempo fa”, ecc.
“Guari” deriva sicuramente dal francone “waigaro” (forse antenato dell’inglese “very”) che pure significa “molto”, ad ulteriore dimostrazione che tutte o quasi tutte le parole dell’antico tedesco che iniziano per “wa” o “wi” o “we”, in italiano fanno “gu” o “ghi”, tanto per fare qualche esempio: Walter, William, Wastal, Wiedergeld, Werra, Weiblingen, ecc., fanno rispettivamente Gualtiero, Guglielmo, Guastalla, Guidrigildo, Guerra, Ghibellino, ecc.
Il bolognese “magàra” non inizia per “gu”, forse per l’incrocio con “magari” o forse, più semplicemente, perché… non deriva affatto da “waigaro”!
Tuttavia è sospetto il significato identico, sia della parola tedesca, che di quella bolognese, le quali non hanno nulla a che vedere col greco!
E poi a me piace pensare così ed illudermi di aver fatto una scoperta, hai visto mai?
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 13:42:00 0 commenti
Argomento: Dialetto
MOGLI E PECORE...
“Pecora” è il plurale latino di “pecus”, radice madre di molte parole italiane: pecunia (denaro), pecorino (formaggio), pecoreccio (volgare), pecorone (persona da poco che segue il branco), peculato (furto di denaro pubblico), peculiare (particolare), ecc. ecc.
Da “oves”, con lo stesso significato, deriva il nome degli ovini, oltre che l’ovazione (anticamente il sacrificio di pecore, oggi è un applauso unanime). Dal gregge deriva la parola “egregio” (“ex grege”, cioè fuori dal gregge) illustre e, anticamente, si faceva anche uso della “carta pecora”, materiale per scrivere da essa derivato. Questi ed altri i riferimenti “ovini” nella nostra lingua.
Il dialetto bolognese non è così dotto: la maggior parte delle parole suddette infatti non esistono. Esiste “pìgra” e per “ovino” si dice “ed pìgra”, mentre per “gregge” si usa semplicemente il plurale “el pìguer”! Esiste naturalmente “l’agnèl” e anche “al brécch” che sarebbe l’ariete, ma non mi viene in mente nessun altro termine. Anzi, dirò che questo animale apparentemente non riscuote molte simpatie a Bologna, non come il bue o almeno non a parole. Nei fatti credo che i bolognesi abbiano sempre apprezzato la lana, il latte, il formaggio e perfino la carne, poiché proprio alle porte di Bologna, sulla direttrice della Via Emilia che porta verso Castel San Pietro, comincia la zona del “castrato”, carne di pecora dal particolare sapore che a me non piace, ma di cui molti bolognesi sono golosi. A parte ciò, i proverbi che mi vengono in mente non sono certo a favore degli ovini. “Dóna mègra, pìgra e óca, ànch st’in tróv, pórt’n a cà póca” a dimostrazione che ai nostri vecchi non piacevano né le donne magre, né la carne di pecora, né quella d’oca, poiché invitavano, anche se gratuita, a portarne a casa poca! “Col mèl d’l’agnèl, ai cràss la pànza e ai càla l’usèl” e, anche in questo caso, l’agnello è ricordato per sottolineare un evento abbastanza triste, a meno che tutti questi riferimenti ovini non siano determinati dalla rima!
Curiosa è l’espressione “Se t’riès, a màgn un brécch col córen!”. Si potrebbe pensare che l’esclamazione “Mangio un bricco” si riferisca al bricco, magari del vino, sul genere dell’anglosassone “Mi mangio il cappello”. ma quell’aggiunta “col córen” denuncia che l’eventuale “bricco-stoviglia” è stato, quanto meno, incrociato col “bricco-animale” che, anche in italiano,significa montone-caprone (ma anche asinello dal latino “burricum”, parola che ha lasciato traccia in Sardegna e in Spagna). “Brécch” è l’unica parola bolognese per il maschio della pecora (o della capra), poiché non esistono parole per “ariete” e “montone”. Esiste “caprone”, almeno nella frase “A vàgh a tusèr al cavràn” quando ci si va a far tagliare i capelli. È probabile infine che, nell’antico dialetto esistesse anche una parola per “becco”, col medesimo significato, almeno a giudicare dal “b’chèr” (macellaio) e dal riferimento alle corna dei mariti, cosa, peraltro, che è comune a tutta Italia!
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 13:36:00 0 commenti
Argomento: Dialetto
Proverbio n. 112
De drì da la pózza.
Dicesi di chi si trova in posizione infima.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 13:34:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 111
Dàpp a la pózza.
Dicesi di chi arriva troppo tardi.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 13:33:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 110
Cùmm la mitróiia?
Come farò? (furbesco)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 13:33:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 109
Cùl nùd e budèl f’té ed v’lùd.
Malvestiti, ma non affamati.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 13:32:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 108
Ch’s èt magnè, di v’lócc’? (Cus’ìt mèrz?).
Reazione violenta a maleodoranti effluvi.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 13:28:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
martedì 25 settembre 2007
I VENTI PECCATI DI BOLOGNA
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 10:17:00 0 commenti
Argomento: Storia di Bologna
AL CAGNÉN (n. 65)
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 10:13:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
AL TARTAIÀN 1 (n. 64)
Un èter cliànt al dìs in fùria: "Un cafà curèt al cògnac" e al barésta: "Prónti, in tàza grànda o cén-na?".
Alàura al tartaiàn ai d'mànda: "Cia-ciàpel pr'a-a-l cu-cùl m-mé?" e al barésta: "N-nà a cia-àp pr'al cu-ù-cùl lulà!"
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 10:10:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
L’UCIÀTT (n. 63)
"Adès nà, ch'avàn d'andèr vì, mó dàpp a turnàn e as fàn dèr un bèl cabarè ed pàst da purtèr a cà" e al dìs al pastizìr: "A turnàn dàpp" e vi ch'al và col cìnno.
"Éni prónti el pàst?"
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 10:04:00 0 commenti
Argomento: Barzlatt
Proverbio n. 107
Cràss cavièra cùmm fà la mérda int l’aldamèra.
Gli (inutili) scongiuri di un calvo.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 10:03:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 106
Ciavèr la sérva dal prìt de drì a l’altèr mazàur.
Non avere freni morali.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 10:02:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 105
Ciapèr pr’al cùl.
Prendere in giro.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 10:02:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 104
Ciamèr i quaión a capéttol.
Adescare gli sciocchi.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 10:01:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
Proverbio n. 103
Chi vìv sperànd mór cagànd.
Detto a chi vive di speranze.
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 10:01:00 0 commenti
Argomento: Proverbi triviali
MOGLI E BUOI…
Perché tanta nomenclatura e letteratura? È facile: perché il bue, fin dal tempo in cui le società agricole primitive lo usavano per l’aratura, è stato un mezzo basilare per la sua forza e per la sua docilità. Non intelligente come altri animali, forse, tanto da produrre modi di dire poco edificanti, come “popolo bue” o “testa di bue”, ma utile, anzi, indispensabile. Il “Foro boario”, toponimo che esisteva anche a Bologna, era la piazza nella quale si facevano le contrattazioni per la vendita dei bovini.
In bolognese è “al bà” (o “al bò”, ma io preferisco la pronuncia aperta, come s’addice ai bolognesi di città) con il plurale inequivocabile “i bù” o, come simpaticamente dicono o dicevano i vecchi medicinesi, “i bùa”, ma lo dicono solo a Medicina!
A proposito di differenze di pronuncia, voglio brevemente ricordare ciò che ho già scritto diverse volte altrove, e cioè che molte parole vengono spesso scritte e anche pronunciate con la “ò” o con la “à” a seconda dell’uso dei parlanti. Personalmente preferisco scrittura e pronuncia aperte, ma non è detto che io abbia ragione! Nessuno ha mai stabilito una regola e chi la volesse stabilire oggi farebbe un esercizio inutile, oltre che arbitrario ed opinabile! Meglio che ognuno faccia come si sente di fare.
L’uomo addetto alla cura dei buoi era chiamato “al bióich”, parola con la quale i cittadini hanno poca dimestichezza, ma che ha una storia etimologica interessante.
Il corrispondente italiano “bifolco” deriva da “bufulcum” che, a causa della “f”, gli studiosi presumono d’origine osco-umbra o etrusca, alla quale i latini contrapposero “bubulcum” (colui che guidava i buoi nei campi), da cui i latinismi “bobolco” e “bobolca” i quali, a loro volta, portano a “biolca”, una misura terriera ancora in uso nelle nostre campagne ed è quasi certamente la stessa via che porta a “bióich”.
Un’altra misura terriera, pure ancora in uso da noi, è la “turnadùra” (tornatura) e anch’essa ha a che vedere coi buoi, poiché “tornare” significa il “girare” dei buoi durante l’aratura. “Turnadùra” e “bióica”, misure non esatte, poiché variano da zona a zona, erano probabilmente grandi quanto il terreno che i buoi riuscivano ad arare in una giornata di lavoro.Dunque, a quanto pare, sono rimaste nella nostra lingua e nei nostri dialetti molte parole e molti proverbi o modi di dire che hanno a che fare con i buoi, ma ci si chiede: dove sono andati a finire i buoi? Chi spiegherà ai nostri nipoti che il bue era un animale grande, grosso, utile e buono, così tanto diverso da quello che vedono sui banchi delle macellerie?
Pubblicato da Riccardo G. alle ore 09:51:00 0 commenti
Argomento: Dialetto